04.12.2007 – Il Secolo XIX
Operazione della Polizia in Sicilia
Tenta la fuga, ucciso il boss mafioso
Daniele Emmanuello era latitante dal 1996: è stato colpito da un proiettile mentre scappava da un casolare
di Franco Nicastro

CALTANISETTA. “Non si farà mai prendere vivo”. Era una previsione, ora si può dire, fin troppo facile quella del pentito Salvatore Trubia. Lui conosceva tanto bene Daniele Emmanuello, boss fra i trenta più ricercati in Italia, da pensare che non si sarebbe arreso tanto facilmente. Infatti davanti ai poliziotti, che lo avevano scovato in un casolare nelle campagne di uno sperduto paesino della Sicilia interna, Emmanuello ha cercato di fuggire con i pantaloni frettolosamente indossati sopra il pigiama, un giubbotto e le scarpe slacciate. Non aveva neppure avuto il tempo di ricomporsi. Voleva raggiungere un dirupo per scomparire in mezzo alla nebbia. Si è fermato all’ultimo salto. Anzi lo ha fermato una pallottola che lo ha centrato alla nuca. E così il capo della cosca di Gela non si è fatto prendere vivo. Ma anche da morto ha lasciato le tracce di una vita trascorsa a uccidere, gestire appalti e traffici di droga, terrorizzare i commercianti con le richieste di pizzo.
”Gela si è liberata da un incubo”, ha detto il Sindaco Rosario Crocetta, costretto a girare con la scorta per sfuggire anche lui a una mafia spietata e sanguinaria. E non solo Gela si sente più libera, se è vero che la cosca di Emmanuello aveva messo radici anche al nord. A Genova soprattutto dove i suoi affiliati erano stati accusati e processati per un delitto di mafia di 16 anni fa.
LA CARRIERA. A quel punto Emmanuello era un boss in ascesa della cosca di Giuseppe Piddu Madonia. Ora il capo era proprio lui: si era fatto largo a colpi di pistola e di lupara, aveva messo le mani sugli affari del Petrolchimico. Ne aveva fatta di carriera, uno che a 43 anni si ritrovava alla testa di un gruppo impostosi dopo aver riunito, al culmine di una spietata guerra intestina con decine di morti, le cosche della Stidda, una struttura criminale agguerritissima, e quelle tradizionali di Cosa Nostra.
Per arrivare a questo punto, Daniele Emmanuello aveva stretto un’alleanza anche con Giovanni Brusca e, secondo il pentito Ciro Vara, gli aveva dato una mano nella gestione del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito tenuto prigioniero per due anni e alla fine strangolato e sciolto nell’acido. Da undici anni il boss era ricercato. Più volte è riuscito a sfuggire alla caccia dei poliziotti, che gli erano arrivati fino alle calcagna. Ma ieri non ce l’ha più fatta. Gli uomini della Squadra Mobile di Caltanissetta, al culmine di una indagine durata quattro mesi, avevano individuato il suo covo in un edificio ancora in costruzione, con i mattoni a vista e senza intonaco, nelle campagne di Villapriolo, tra Enna e Caltanissetta. Il proprietario Roberto La Paglia lo aveva reso confortevole con la televisione, la parabola satellitare e una pompa di calore. Da queste parti, d’inverno di soffre il freddo. E come rifugio era, tutto sommato, scomodo anche se Emmanuello lo usava da una settimana e forse lo avrebbe presto abbandonato come lasciano intuire i vestiti che si portava dietro. Aveva in tasca quattro mila euro in contanti, che a un super latitante servono come il pane.
ALLA NUCA. Non era armato. Ma i poliziotti non lo sapevano. Per indurlo ad arrendersi hanno esploso alcuni colpi per aria, come hanno fatto alcuni giorni fa con Salvatore Lo Piccolo. Ma mentre il padrino palermitano è uscito dalla villa di Giardinello con le mani alzate, Emmanuello per non tradire il suo spirito ardimentoso si è impegnato in una fuga acrobatica. Uno dei poliziotti ha sparato centrandolo alla testa. Un inchiesta della Procura di Caltanissetta accerterà cosa è veramente accaduto. Il Presidente della Commissione Antimafia, Francesco Forgiane, ha chiesto di fare piena luce sui fatti. Ma in generale le reazioni sono abbastanza misurate e non esprimono polemiche ma solo il rincrescimento per il fatto, sottolineato dal Sindaco Crocetta, che sarebbe stato meglio catturarlo vivo in modo che “anziché vedersela con Dio avrebbe reso conto alla giustizia degli uomini”. Crocetta conosceva bene Emmanuello e aveva persino osato sfidarlo quando due anni fa aveva licenziato la moglie che era riuscita a farsi assumere come “nullatenente” dal Comune di Gela: faceva parte di un gruppo di 165 precari a cui era stato assegnato il “reddito minimo di inserimento”.
LO SGARRO. Era troppo per la moglie di un boss che guidava l’assalto all’economia e teneva sotto ricatto commercianti e imprenditori. La pressione della mafia si era fatta negli ultimi tempi più sfrontata. Dopo le denunce e le ribellioni delle vittime a Gela erano stati bruciati negozi e capannoni. Con un incursione negli uffici della Confindustria di Caltanissetta, la mafia aveva messo le mani sugli elenchi degli imprenditori che aveva detto di no. Si temeva la rappresaglia. Fermata appena in tempo.


04.12.2007 – Il Secolo XIX
Processi in Liguria
Era il punto di riferimento della Stidda di Gela a Genova
Daniele Emmanuello era ricercato dal 1996, protetto nella sua latitanza dalla rete di Cosa Nostra che dalla Sicilia si estende nelle città del Nord, tra cui Genova. Dal 1999 era un ricercato internazionale. Sono state diverse le Procure che hanno processato e condannato Daniele Emmanuello. L’ultimo dibattimento, a Genova, in Corte di Appello, lo ha visto assolto, insieme a Alessandro e Nunzio Emmanuello (il fratello Davide è stato riconosciuto colpevole): si trattava del processo per l’omicidio di Luciano Galianò, freddato il 13 novembre del 1991 in Valpolcevera. L’accusa sostenuta dal pm Anna Canepa, aveva chiesto l’ergastolo anche per lui ma le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Emanuele e Angelo Celona e Ciro Vara, ex braccio destro di Madonia) non sono bastate a convincere i giudici.
Daniele Emmanuello è stato individuato dalle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Genova quale punto di riferimento della mafia gelese trapiantata in città e Liguria. Le indagini ed i processi hanno portato alla luce la “decina” di Cosa Nostra attiva a Genova. Qui la zona di massimo radicamento è stata individuata nel quartiere di Rivarolo, ove oltre ai gelesi con il clan dei Fiandaca-Emmanuello, è stata individuata anche la presenza di un’altra famiglia originaria di Caltanissetta, e più precisamente di Riesi, quella di Giacomo Maurici, condannato per gravi reati (tra cui usura, produzione e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione di armi e munizioni) nonché sottoposto ad indagine per associazione mafiosa e con divieto di espatrio dal 2004.
Tra le attività per cui vi sono state pesanti condanne degli esponenti della cosca, il primo storico processo per i “videopoker”, settore che con il gioco d’azzardo, ha visto storicamente Cosa Nostra come protagonista nei decenni scorsi e che - come ha evidenziato l’inchiesta de Il Secolo XIX sui Monopoli -, è ancora ben salda nelle mani della mafia siciliana.
A Genova era stata segnalata a più riprese la presenza di Daniele Emmanuello, e qui il boss ha subito numerose confische di beni, tra cui quelli al boss del centro storico Rosario Caci.
Difficile immaginare quali siano gli equilibri che questa morte porterà nella mafia gelese e nelle sue diramazioni nel nord Italia. Certo, venendo meno la figura del “capo” si possono aprire varchi nell’organizzazione mafiosa che possono svelare riferimenti e indicazioni precise sulla rete di protezione di cui Daniele Emmanuello ed altri pericolosi latitanti possono aver goduto in Sicilia come in Liguria ed in altre regioni.
Il lavoro degli investigatori non è certamente terminato ed anzi gli spazi che la scomparsa del temutissimo Emmanuello apre possono essere un occasione ulteriore per colpire le diramazioni di Cosa Nostra.






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