Roma, 27 luglio 2006
Indulto e politiche penali
di Magistratura democratica
Segretario generale, Ignazio Juan Patrone
La situazione di sovraffollamento delle carceri italiane e l'abrogazione di
fatto di qualsiasi funzione rieducativa della pena e dello stesso art. 27 della
Costituzione destano da tempo la più viva preoccupazione e rendono necessari
provvedimenti destinati, quantomeno, al recupero di una dimensione umana
dell'esecuzione penale.
La clemenza dovrebbe però essere mirata alle persone che stanno realmente in
carcere a causa della dissennata politica repressiva portata avanti durante la
passata legislatura e non diventare l'ennesimo colpo di spugna per reati
economico-finanziari di estrema gravità, alcuni dei quali ancora in corso di
accertamento, che già sono stati trasformati dal legislatore in poco più che
bagattelle pur avendo provocato decine di migliaia di vittime e danni
incalcolabili.
Il provvedimento di indulto all'esame del Parlamento, pur se motivato da
esigenze umanitarie serie e reali, è formulato in modo tale da non potersi
sottrarre alla critica più stringente: tra le esclusioni oggettive non sono
compresi -come già denunciato dalla CGIL- i reati relativi alla sicurezza della
vita umana e della salute sui luoghi di lavoro, né quei reati -come l'usura- da
sempre collegati alle associazioni criminali, né le violazioni tributarie o i
più gravi delitti contro la PA e l'economia, e non viene prevista quella
condizione del risarcimento del danno e della restituzione del maltolto che
avrebbe almeno garantito un minimo ristoro delle ragioni delle parti offese.
Dobbiamo prendere atto che l'attuale maggioranza non ha nemmeno tentato, come
segnale di una prima inversione di rotta, di abrogare o almeno modificare
quelle leggi criminogene approvate dalla precedente maggioranza che
costituiscono il primo evidente fattore di sovraffollamento delle nostre
carceri. Con questo testo la clemenza rischia di trasformarsi in un inganno per
i cittadini e per quei "dannati" oggi rinchiusi nei gironi infernali dei nostri
istituti di pena che nel giro di pochi mesi, se non di poche settimane, si
ritroveranno tra quelle stesse mura fatiscenti dalle quali oggi li si vuole far
uscire.