Novembre 2005
Il disarmo dei paramilitari
Nè giustizia nè pace
Stefania Bizzarri
L’”amnistia” in cambio della smobilitazione: Uribe sceglie la via del negoziato con le Auc, i sanguinari gruppi paramilitari. Infiamma la protesta: il fine giustifica i mezzi? Il Presidente ne è convinto, ma intanto temporeggia, in equilibrio precario tra i dictat dei paras e i paletti di Washington, timorosa che anche i narcotrafficanti approfittino della “sanatoria”
Quando Álvaro Uribe Vélez vinse le elezioni presidenziali, il 26 maggio del 2002, Salvatore Mancuso fu tra i primi a complimentarsi. Dal proprio sito Internet, il capo e portavoce dei gruppi paramilitari Auc (Autodefensas unidas de Colombia) dichiarava: «È stato eletto un presidente degno per una patria che vuole pacificarsi e crescere nella solidarietà». E lui, il candidato liberale indipendente (già fondatore e finanziatore di “cooperative” di sicurezza armata), fedele al proprio slogan elettorale “mano firme, corazón grande”, gli avrebbe presto dimostrato di saper ricambiare la fiducia.
Il coronamento di un sogno. Insediatosi a Palazzo Nariño, Uribe avvia immediatamente la macchina dei negoziati per la legalizzazione delle Auc. Il 29 novembre 2002 queste ultime dichiarano di cessare le ostilità e accettano di dialogare con il Governo, la missione di appoggio dell’organizzazione degli Stati Americani (Oea) e la Chiesa cattolica. Lo psichiatra Luis Carlos Restrepo è nominato Alto commissario per la pace. Muta la lettura del conflitto armato: le Auc passano da essere considerate un gruppo criminale con cui, chiaramente, non si portano avanti negoziati di pace ad attori politici, protagonisti del conflitto armato. Una decisione eclatante, con cui il Paese dovrà misurarsi. Un bel favore a Carlos Castaño, fondatore delle Auc, il quale, un anno prima, pur di presentare ai colombiani un paramilitarismo “dal volto umano” (o evitare l’estradizione negli Usa, da cui era partita una condanna per narcotraffico) lascia il proprio posto di comando al giovane italo-colombiano Salvatore Mancuso. Ma soprattutto un importante riconoscimento, considerato che il Dipartimento di Stato Usa, dopo l’11 settembre, aveva inserito le Auc nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, in compagnia di Bin Laden, della rete di Al Qaeda, e grave affronto di Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), i nemici di sempre. Solo l’intervento diretto di Uribe aveva convinto Bush a togliere le Auc dalla lista nera.
Il coronamento di un sogno. Insediatosi a Palazzo Nariño, Uribe avvia immediatamente la macchina dei negoziati per la legalizzazione delle Auc. Il 29 novembre 2002 queste ultime dichiarano di cessare le ostilità e accettano di dialogare con il Governo, la missione di appoggio dell’organizzazione degli Stati Americani (Oea) e la Chiesa cattolica. Lo psichiatra Luis Carlos Restrepo è nominato Alto commissario per la pace. Muta la lettura del conflitto armato: le Auc passano da essere considerate un gruppo criminale con cui, chiaramente, non si portano avanti negoziati di pace ad attori politici, protagonisti del conflitto armato. Una decisione eclatante, con cui il Paese dovrà misurarsi. Un bel favore a Carlos Castaño, fondatore delle Auc, il quale, un anno prima, pur di presentare ai colombiani un paramilitarismo “dal volto umano” (o evitare l’estradizione negli Usa, da cui era partita una condanna per narcotraffico) lascia il proprio posto di comando al giovane italo-colombiano Salvatore Mancuso. Ma soprattutto un importante riconoscimento, considerato che il Dipartimento di Stato Usa, dopo l’11 settembre, aveva inserito le Auc nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, in compagnia di Bin Laden, della rete di Al Qaeda, e grave affronto di Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), i nemici di sempre. Solo l’intervento diretto di Uribe aveva convinto Bush a togliere le Auc dalla lista nera.
Liberi di uccidere. Ma la straordinaria benevolenza di Uribe nei confronti delle Auc non si esaurisce così. Il 1º luglio 2004 entra in vigore l’atto che permette di dare avvio al tavolo dei negoziati. Nel dipartimento di Cordoba viene istituita una “zona di concentrazione” in cui le migliaia di paras avranno il tempo di deporre le armi; e Uribe dichiara che entro la fine del 2005 la smobilitazione sarà compiuta. Intanto le milizie sono libere di agire nella totale impunità: il Governo ha sospeso tutti gli ordini di cattura per narcotraffico (vedi box p. 55).
Uccisioni e torture contro chiunque sia ritenuto “sovversivo” (primi fra tutti, i guerriglieri di ispirazione comunista delle Farc) continuano regolarmente, con la differenza che ora sono trattate «con il maggior riserbo, per evitare uno scandalo pubblico» che danneggi il processo di pacificazione, afferma l’Alto commissario per la pace Luis Carlos Restrepo. Stampa e associazioni umanitarie denunceranno per tutto l’anno assassinii e sparizioni di circa 2000 persone ad opera dei paras e l’arruolamento di milizie fino a 48 ore prima della cerimonia di smobilitazione. Ma i negoziati non possono saltare, Restrepo sostiene la causa con fervore: «Nonostante tutte le irregolarità, abbiamo convalidato il processo perché crediamo sia un metodo effettivo per recuperare istituzionalità».
Ingiustizia è fatta. L’ultimo favore in ordine di tempo si chiama Ley de Justicia y Paz (legge di Giustizia e Pace), ufficialmente legge 975. Approvata dal Congresso il 22 giugno di quest’anno, deve regolare giuridicamente il processo di disarmo dei paras e il loro reinserimento nella società civile (come poliziotti, vigili urbani, vigilantes...); con loro si salveranno anche tutti quei narcos che avranno l’“abilità” di definirsi paramilitari pur di approfittare delle generosissime concessioni offerte da Uribe.
Per usufruire delle riduzioni di pena, e dell’ampia possibilità di sfruttare la libertà condizionata, basta che i responsabili ammettano le loro colpe, raccontino con precisione ogni dettaglio del loro operato e dichiarino di collaborare con la giustizia. Le pene, allora, non saranno aspre: per gravi violazioni dei diritti umani sono previsti dai 4 agli 8 anni di carcere. Netta la contestazione di Amnesty International (priva di una sede a Bogotà per motivi di sicurezza): «Considerare il paramilitarismo come un delitto politico permette di coprire con l’impunità i colpevoli»; secondo la Costituzione colombiana, infatti, i delitti politici possono essere oggetto di amnistia e indulto. “Colombia’s capitulation” titolerà qualche giorno dopo l’«International Herald Tribune» (6 luglio 2005).
Per ora, nulla di fatto. Mentre scriviamo, la legge ha compiuto quasi quattro mesi (è in vigore dal 27 luglio). Eppure, anche se costata lunghi e rabbiosi scontri in seno al Governo, al Congresso e al Paese, è tuttora inapplicata. In contrasto con quanto detto durante il dibattito parlamentare, il Governo non dimostra nessuna premura, nonostante i paramilitari desmovilizados siano già circa 11 mila. E c’è da credere che non sia per l’accesa protesta delle ong locali e non.
Secondo analisti, politologi, parte dell’opposizione e lo stesso quotidiano della capitale, «El Tiempo», a prescindere da tutte le sue lacune, applicare la 975 sarebbe quantomeno una prova della serietà degli intenti presidenziali.
A consolidare lo status quo, c’è, inoltre, la consegna alla Fiscalia (magistratura) della lista dei soggetti che beneficeranno della legge. Fino a quando Uribe non renderà noti questi nomi, il processo resterà bloccato.
Nessun affanno. Ci sono precise ragioni che giustificano questo ritardo o, semplicemente, il Governo non è preparato a garantirne un’adeguata applicazione? Da dove usciranno i 30 mila milioni di pesos (10 milioni di euro) che si calcola serviranno per creare solo l’infrastruttura legale? Come garantire che in 60 giorni (termine previsto dalla legge) un pool di giudici possa investigare delitti impuniti per anni? Quali meccanismi consentiranno a migliaia di desplazados di ritornare ad essere legittimi proprietari dei beni e delle terre sottratti dai paramilitari? Nulla obbliga le Auc a restituire il maltolto.
Il ritardo si può imputare a propositi elettorali: la scadenza delle presidenziali è il 2006 e siamo in piena campagna elettorale. Gli interrogativi però si sommano all’inquietante dubbio manifestato sulle colonne di «El Tiempo»: che le fasi siano dettate dalle stesse Auc, che avrebbero posto come condizione la “necessità” di regolare la situazione dei propri beni. Per usufruire dei benefici della legge, la struttura in cui si militava deve essere smantellata in toto, i minori e i sequestrati devono essere liberati, la fine delle ostilità deve essere accertata e, dulcis in fundo, si deve presentare una lista dei beni illecitamente posseduti. «Sarebbe bene che il Governo spiegasse tutti questi e altri sospetti di un processo che ne ha già a sufficienza», sollecita «El Tiempo» i primi di settembre. La risposta non si farà attendere troppo. Dalle colonne del «Colombiano» di Medellin, il 25 settembre, il vice ministro della Giustizia e procuratore generale, Mario Iguaran, preciserà che anche se Uribe consegnasse la lista dei beneficiari ora, la magistratura non sarebbe comunque pronta.
Ipse dixit. Se entro il 31 dicembre la legge non sarà applicata decadrà; intanto, comunque, il paramilitarismo si è affermato politicamente. Si è raggiunto l’obiettivo per cui Carlos Castaño si spese fino all’ultimo, vale a dire prima di sparire, senza lasciare nessuna traccia, il 16 aprile 2004, nel pieno delle negoziazioni. Salvatore Mancuso, neocapo dei desmovilizados e portavoce dei “reinseriti”, ha ritenuto opportuno dichiarare dal suo sito Internet che la legge «è imperfetta, ma sufficiente» e ha saggiamente detto che «era impossibile fossero tutti pienamente soddisfatti». Tra questi ultimi c’è anche Amnesty International, che paventa l’applicazione della 975 anche ai “classici” guerriglieri, Farc in testa... È davvero improbabile, certi favori si fanno solo agli amici.