Messaggio n° 42 (36.268 destinatari) 20/12/2005

Inquietante: il governo e la mafia
Questo governo è una vera calamità per il Paese. Oltre a danneggiare pesantemente l'economia e a smantellare lo stato sociale dimostra altresì di essere acquiescente con l'illegalità. E' quello che sta avvenendo con la mafia, che non è combattuta con la determinazione che richiederebbe. D'altra parte non era stato il ministro Lunardi a sostenere che "occorre convivere con la mafia"?
Si pensi:
- a tutte quelle scelte legislative che indeboliscono, nell'economia, la promozione della legalità;
- a tutti gli interventi legislativi che sono stati varati per minare l'indipendenza e l'autonomia della magistratura;
- alle scelte compiute direttamente dal Governo nella lotta contro il racket e l'usura, abolendo, di fatto, l'istituto del Commissario guidato a suo tempo da Tano Grasso, consegnando così l'importante lotta alla mafia ad un'impostazione più burocratica e scontata.
Un grande successo nella lotta alla mafia fu ottenuto il 14 settembre del 1982, quando il Parlamento varò la famosa legge Rognoni-La Torre che riconobbe finalmente in Italia il reato di associazione mafiosa (l'articolo 416-bis del codice penale) e introdusse l'altra dimensione della lotta alla mafia, vale a dire l'aggressione ai patrimoni. Ma la legge Rognoni-La Torre fu, di fatto, boicottata e non fu effettivamente applicata fino al 1996, quando, nel paese, si creò finalmente un nuovo clima. Infatti, l'Associazione Libera (che fa capo a Don Ciotti) raccolse un milione di firme e si avviò, all'interno del Parlamento, l'iter di approvazione della legge n. 109 del 1996 che ha consentito di espropriare molti patrimoni mafiosi.
Nel 1999, poi, si fece un altro passo in avanti, con l'istituzione di un ufficio del commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali. Tutti hanno apprezzato il lavoro svolto dal commissario nazionale e tutti, contemporaneamente, hanno denunciato un limite della stessa legge: quello costituito dal ruolo dell'ufficio del demanio. Si trattava di un ufficio ritenuto non adeguato da tutti, vale a dire dalla Commissione parlamentare antimafia, dagli uffici della prefettura e dagli stessi operatori dell'Agenzia del demanio!
Ma il Governo - sentite un po'! -, il 23 dicembre 2003, compie un'altra scelta: abolisce l'ufficio del commissario per i beni confiscati, che bene aveva operato, e promuove, invece, l'Agenzia del demanio, che tutti, all'unanimità, ritenevano un punto debole della legge.
È stato proprio il 23 dicembre 2003, nel periodo natalizio, che avvenne tale «colpo di mano» e non si ebbe nemmeno l'accortezza di aspettare l'approvazione di una nuova legge per evitare tali vuoti.
Per dimostrarlo basta un solo dato; la quantità dei beni sottratti alla mafia e alla criminalità organizzata in applicazione della Legge:i beni confiscati sono passati da 310 del 2001 a soli 10 del 2004!
Ma recentemente il Governo sta compiendo un altro «colpo di mano» con l'approvazione del Disegno di Legge n° 5362 che ha per titolo "Delega al Governo per il riordino della disciplina in materia di gestione e destinazione delle attività e dei beni sequestrati o confiscati ad organizzazioni criminali ".
E' un disegno scellerato, in quanto consente a chiunque sia titolare di un "interesse giuridicamente riconosciuto", anche dopo anni che il bene è stato definitivamente confiscato e dopo che è diventato un patrimonio positivo della collettività e dello Stato, di avanzare diritti per annullare qualsiasi esproprio ai mafiosi.
Luigi Ciotti, Rita Borsellino e Giovanni Impastato sono i primi tre firmatari di un recente e accorato appello, firmato da altri intellettuali e personalità che hanno a lungo lottato e che lottano, pagando spesso di persona, contro le mafie:
«La legge Rognoni-La Torre, che consente da oltre vent'anni di aggredire le ricchezze accumulate dalle mafie nel nostro Paese, è in pericolo. Rischia di essere approvato dal Parlamento, infatti, un disegno di legge che fra i molti aspetti discutibili prevede la possibilità di revisione, senza limiti di tempo e su richiesta di chiunque sia titolare di un "interesse giuridicamente riconosciuto"» questa è l'espressione precisa del disegno di legge «dei provvedimenti definitivi di confisca.
In nome di un malinteso garantismo, insomma, si compromettono definitivamente il lavoro e l'impegno di quanti, dalle forze dell'ordine alla magistratura, dalle associazioni alle cooperative sociali, sono oggi impegnati nella difficilissima opera di individuazione e riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Nessun provvedimento di confisca, di fatto, sarà mai definitivo. Nessuna assegnazione di beni confiscati avrà un futuro certo. Altri avrebbero potuto essere gli strumenti con cui risarcire, anche dal punto di vista economico, eventuali vittime di errori giudiziari, sempre possibili, nell'iter che va dal sequestro preventivo dei beni alla loro definitiva confisca. Se dovesse essere approvato, invece, quanto previsto dal comma 1, lettera m) dell'articolo 3 del disegno di legge A.C. 5362 recante delega al Governo per il riordino della disciplina in materia di gestione e destinazione delle attività e dei beni sequestrati o confiscati ad organizzazioni criminali, tutti i beni confiscati (dai terreni coltivati da coraggiose cooperative di giovani agli immobili trasformati in sedi di servizi sociali o in caserme delle forze dell'ordine) finirebbero in un limbo di assoluta incertezza. Ovvero esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario oggi. Le mafie, infatti, hanno da tempo affinato i meccanismi con cui riciclano i proventi delle loro attività illecite e nel nostro paese si registra, negli ultimi anni, una consistente flessione del numero dei beni confiscati. Una situazione che richiede normative efficaci e scelte concrete in grado di far crescere la fiducia di chi è impegnato ogni giorno nella lotta alle mafie. È per queste ragioni che l'associazione Libera (che raccoglie più di 1.200 associazioni nazionali e locali, scuole, cooperative) ed i sottoscritti familiari delle vittime delle mafie, attraverso questo appello, chiedono un serio e approfondito ripensamento, in sede di dibattito parlamentare, del disegno di legge di delega A.C. 5362, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di revisione dei provvedimenti definitivi di confisca, affinché deputati e senatori di tutte le forze politiche sappiano trovare la giusta misura ed il corretto equilibrio tra la tutela dei diritti di chi subisce provvedimenti di confisca dei beni e la necessità di sottrarre alle organizzazioni mafiose gli immensi patrimoni che accumulano ogni anno, nell'illegalità e nel sangue, trasformando questi beni, come sta avvenendo faticosamente oggi, in segni tangibili di legalità e giustizia.»
Firmato: Luigi Ciotti, Rita Borsellino, Giovanni Impastato, Claudia Loi, Daniela Marcone, Viviana Matrangola, Debora Cartisano, Margherita Asta, Maddalena Rostagno, Monica Ristagno, Elisabetta Roveri».
Di fronte a tutto ciò non ci resta che intensificare la campagna di civile informazione e sensibilizzazione affinché con le prossime elezioni politiche sia tolta qualsiasi forma di consenso a questa sedicente "Casa delle Libertà" che ha dimostrato di essere una "Casa dell'illegalità", che sta riportando il Paese indietro di decenni, che quando sostiene di "aver mantenuto tutti gli impegni" forse intende riferirsi a quelli presi con la P2, con i faccendieri, con i tangentisti, con i bancarottieri, con i mafiosi.

Coordinamento di Università-Opinione



La relazione della commissione antimafia. Le pagine della vergogna.
l'Unità, 19 dicembre 2005

Giulio Andreotti? Perseguitato in un processo senza prove. Totò Cuffaro? Una Maria Teresa d'Austria rediviva, instancabile promotore di nuova cultura civile. La geografia di Cosa Nostra? Palermo più Trapani meno importanti della sola Agrigento, della sola Messina, della sola Caltanissetta. La mafia e la 'ndrangheta -e il riciclaggio dei loro capitali- in Lombardia? Praticamente inesistenti. E ' la sintesi brutale, semplificatrice, ma sincera della "Relazione conclusiva" della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia che la maggioranza vorrebbe approvare a rotta di collo per Natale.
Millecinquecento pagine organizzate secondo criteri discutibili, ma di assoluta decenza. Un taglio narrativo eterogeneo, che va dalla copiatura del saggio sociologico alla arringa difensiva, dalla invettiva personalistica alla radiografia giudiziaria, con sprazzi prolungati di buona cultura istituzionale. Ma nel complesso una vergogna. Anzi, una delle più grandi vergogne di questa legislatura. E una delle più grandi vergogne della storia dell'Antimafia. Conoscendo il presidente della Commissione, il senatore Roberto Centaro, faccio fatica a credere che questa sia tutta farina del suo sacco, come egli ha ovviamente rivendicato. Si sente puzza lontano un miglio di grande operazione politica; una di quelle operazioni volute dall'alto e che vorrebbero erigersi come spartiacque nella storia tormentata delle nostre istituzioni. Per cambiare torti e ragioni sfregiando la verità. Per trasformare le vittime in offensori e viceversa, secondo l'aureo motto del cardinal Mazarino che Giulio Andreotti amava citare quando era al culmine del proprio potere. E con l'obiettivo di farlo subito, il più presto possibile. Per gettare il peso della Relazione sulla campagna elettorale. Per portare sul banco degli imputati i magistrati scomodi e stabilire l'innocenza degli imputati (assolti, prescritti, condannati o in attesa di giudizio) nella sfera -perfino- della morale e della politica. Per impedire all'opposizione di avere il tempo necessario a produrre una Relazione di minoranza organica e completa.
Millecinquecento pagine che rifiutano per principio quella sintesi, quella brevità che paradossalmente si contesta alla pubblica accusa palermitana di non avere praticato con l'effetto (questo il rimprovero) di confondere, annacquare, sovvertire la verità attraverso mille sparsi rilievi. Millecinquecento pagine di cui quattrocento incredibilmente dedicate ai processi Andreotti. E si dice "incredibilmente" non perché quei processi non siano in grado di illuminare la realtà dei rapporti tra mafia e politica. Eccome se li illuminano, solo che li si voglia leggere davvero, a partire dalla sentenza finale della Cassazione (i provati rapporti con Cosa Nostra almeno fino al 1980). Ma perché, semplicemente, la Commissione non si è mai, e si sottolinea il "mai", occupata di quei processi. E dunque non ha alcun titolo per dedicar loro quasi un terzo dell'intero volume. Da sempre, infatti, la Relazione della Commissione tira, come è ovvio, le somme del lavoro svolto, lo riorganizza, lo rielabora, lo porta a sintesi. Indica al parlamento e al Paese la verità trovata sul campo, nelle audizioni romane o nelle audizioni e nelle visite condotte in missione. Fa proposte legislative e valuta l'effetto della produzione legislativa già approvata in materia. Non affronta mai materie di cui non si è occupata. Per l'evidentissima ragione che su quello non ha proprio da fare alcuna "relazione".
Perché dunque questa autentica ingiuria al profilo istituzionale di quella Commissione antimafia che venne voluta negli anni sessanta per combattere e non per coprire i rapporti di complicità tra mafia, amministrazione e politica, e davanti alla quale -proprio per questo e a dispetto di ogni ambiguità possibile- vennero per la prima volta esplicitamente indicati i rapporti tra le cosche e Vito Ciancimino e Salvo Lima, allora potentissimi capi della politica siciliana? La risposta si può trovare nella stessa Relazione. Ed è la seguente. Bisogna occuparsi di quei processi, ed esprimere su di essi l'opinione della maggioranza politica (attraverso un'arringa difensiva che non è stata scritta sicuramente da nessun tecnico o consulente della Commissione ma che ha tutta l'aria di venire diritta da qualche ambiente professionale assai vicino alla difesa) perché la lettura che ne viene data dei rapporti tra mafia e politica punta ad assolvere definitivamente il senatore Andreotti anche in sede di verità storico-parlamentare. Punta cioè ad aggiungere a una pretesa (ma inesistente) innocenza penale anche una innocenza politica. A colpi di maggioranza. Come se anche la verità storica potesse essere statuita riunendosi di corsa e facendo la conta delle mani disposte ad alzarsi. Disposte ad alzarsi, più precisamente, sotto il ricatto incombente delle candidature al parlamento. Da decidere entro trenta o quaranta giorni, sotto il più micidiale controllo che le segreterie di partito, grazie alla nuova legge, abbiano mai avuto.
Bisognerà tornare e ritornare, scrivere e ancora scrivere e raccontare, su una Relazione che spiega come pochi altri documenti perché in Italia non si riesca a sconfiggere la mafia. Ma intanto va segnalato il modo in cui viene affrontato il maggiore scandalo attuale, quello del governatore della Sicilia Totò Cuffaro, in stretti rapporti d'amicizia e d'affari con il re delle cliniche siciliane Michele Aiello, a sua volta legato agli ambienti di Cosa Nostra più vicini (lo ricorda di sfuggita in altro passo anche la Relazione) a Bernardo Provenzano. Tanto da avere svolto la funzione di Supertalpa al servizio della combriccola, per avvertire che le talpe semplici impiegate in procura erano state scoperte. Ecco che cosa si dice del Governatore: "Anche l'attività svolta dalla Regione Siciliana è indice di un'accresciuta sensibilità nei confronti del fenomeno mafioso. L'on. Cuffaro, nella sua veste di Presidente della Regione, ha elencato una serie di iniziative amministrative (....) che vanno lette come momenti di impegno per la legalità e contro la presenza della mafia nell'economia, nelle istituzioni e nella società civile". Io veramente dell'audizione del Governatore siciliano, tenuta a Palermo alla fine di marzo del 2004, ho un altro ricordo, e ne trovo conferma nei miei appunti. Ho il ricordo di un signore che risponde affabile e diligente finché le domande non pretendono di sapere troppo, non fanno intravedere l'intenzione di qualcuno di rappresentare per davvero una "Commissione di inchiesta". E che poi cambia registro e fa capire senza giri di parole che se si sceglie la strada dell'inchiesta cruda e irriverente ce n'è per tutti. Per questo, colpito e allertato da quelle parole, scrissi subito un editoriale su queste pagine per chiedere che si stesse bene attenti alle candidature dell'Ulivo alle elezioni europee.
Ora il governatore è andato perfino oltre il suo scopo di allora. Le sue vicende giudiziarie vengono svuotate di ogni significato politico con argomentazioni speciose, senza nemmeno che l'estensore venga sfiorato dal senso del ridicolo. Il fatto è che l'apoteosi di Totò Cuffaro fa parte integrante della grande operazione politica. E in essa, come nell'apoteosi di Andreotti, il rosario interminabile delle leggi della vergogna trova oggi la più coerente conclusione. La legge e la storia scritte entrambe senza pudore. Così da sconciare il senso del giusto e dell'ingiusto degli italiani. E questo, se si permette, è qualcosa di peggio della dittatura della maggioranza. Questa è abiezione delle coscienze.
Nando Dalla Chiesa

Dal Coordinatore del Movimento Università-Opinione:
Cari amici, cari simpatizanti,
da troppo tempo siamo silenti. I motivi sono i più vari.
In parte pensavamo che il peggio fosse passato con una Coalizione di Centro-Destra chiaramente in grande difficoltà. Bella notizia è stata quella delle primarie che hanno dimostrato una ritrovata passione della gente per la buona politica. Molti sostengono che il miglior modo di combattere Berlusconi è lasciarlo fare. In effetti in questi ultimi tempi le spara sempre più grosse. E' arrivato a oltraggiare gli elettori che votano a sinistra che, a suo dire, sarebbero degli stupidi! La campagna elettorale che sta portando avanti sarebbe spassosa, come un numero di varietà. Come ha sostenuto con grande lucidità Giorgio Bocca per lui conta la fiction!
Ma recentemente, di fronte alla gravità di quello che il governo fa (v. sopra) ancorché di quello che dice, ci siamo convinti che non possiamo ancora permetterci di "cantar vittoria". Occorre vigilare, tenendo presente che i nemici della democrazia possono essere capaci di tutto quando non ottengono quello che vogliono.
Ci piacerebbe che alla nostra rubrica pervenissero nuovamente commenti e proposte. Le pubblicheremo con molto piacere e questo servirà a farci sentire più uniti in questa lotta, che è una lotta di civiltà, prima ancora che politica.

Alessandro Morelli