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| Messaggio n° 35 (36.120 destinatari) 18/11/2004 Berlusconi a giudizio mentre tutti tacciono di Adriano Sansa Che vergogna. Un pubblico ministero chiede la condanna del capo del governo Silvio Berlusconi per gravissimi reati, compresa la corruzione di giudici. Ed ecco che schiere di politici insorgono non solo a difesa dell'accusato - che ha già nel processo i suoi difensori - ma per accusare il pubblico ministero di 'persecuzione' e 'accanimento'. Tra questi anomali difensori si distinguono ministri in carica. Se è persecutorio chi sostiene l'accusa, cosa sarebbe il giudice che condannasse? E allora, come farà il tribunale a giudicare se è intimidito da questo coro di potenti? La minaccia d'essere considerati persecutori è efficace: il nuovo ordinamento giudiziario in via di approvazione dà ampi poteri all'esecutivo nella carriera dei magistrati, li sottopone a una iniziativa disciplinare nella quale il ministro ha un ruolo assai influente in tutta la procedura. Il governo considererebbe il tribunale che condanna "persecutore" accanito. Quel Tribunale non è più libero. Il Paese tace e giace, semiasservito. Abituato alle leggi che il primo ministro si è fatto o fatto fare per garantirsi l'impunità. Qualcuno legge con orgoglio che Berlusconi è tra i primi quattro uomini più potenti del mondo: masochisti. Nella graduatoria ci sarebbe stato un tempo anche Mussolini. Di quella potenza fa parte l'immunità dalla giustizia che invece obbliga i comuni cittadini, dei quali una buona parte gode però di stare sotto il tallone del nuovo padrone. Invece di chiedersi, arrovellarsi sul quesito: il capo del governo italiano è un malfattore o no? Ha davvero corrotto i giudici? Ha mentito? Come fare per saperlo se i giudici sono intimiditi? Se colpevole, dovrà andarsene immediatamente o no? Che cosa dicono le nostre coscienze, il nostro orgoglio, che cosa dice il mondo? No, non è questo il tormento. Anzi non c'è palesemente tormento. L'informazione conformista si aggrava. Una cospicua parte della stampa tace e non commenta con il pretesto del signorile distacco, della volontà di 'non fare politica' mentre qui si tratta di mantenere libertà e decenza. L'Italia che segue la storia di Borsellino e si commuove, solo in piccola parte si occupa della presenza mafiosa o del potere che corrompe e minaccia. L'Italia che si commuoverebbe a un bel film su Ambrosoli continua ad assistere al progressivo attuarsi del programma della P2, che precedeva in sostanza ciò che ora dicono le riforme della Costituzione e dell'ordinamento giudiziario. Che vergogna, l'Italia vile di questi anni, nella quale una parte dell'opposizione politica si occupa di non inquietare il cinismo scambiato per moderatismo (si può essere moderati su temi politici, economici e sociali, ma che significa esserlo sui fondamenti della democrazia liberale?). L'opposizione civile e morale è solo una minoranza, robusta, viva, ma minoranza. Se credevamo che la Costituzione e la sua civiltà fossero davvero l'ossatura e il costume di un nuovo grande paese, ci siamo sbagliati. E allora, quando Berlusconi replica alla requisitoria che lo riguarda come imputato dicendo che essa conferma l'esigenza della riforma dell'ordinamento giudiziario, ammette di essere un dittatore. Di natura mediativa, più morbida, però sempre sciolto dalle leggi. Si deve fare la riforma perché io sono imputato e vengo accusato di un crimine: lo Stato sono io, io cambio le leggi che mi vorrebbero chiamare a rispondere. Siamo tornati indietro di secoli. E subiamo. Buona parte dei giornali più diffusi non commenta per fiacchezza e per non perdere lettori tra gli strani 'moderati' disposti al nuovo capo. Una corte di ruffiani fa il coro che gli dà ragione. Che vergogna. Da "La Repubblica - Il Lavoro" (edizione di Genova), 17.11.2004. Una riforma per riformare i giudici Il Senato ha approvato la Riforma della Giustizia. Università-Opinione invita a prenderne visione sul sito del Senato: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=14&id=114690 per constatare la normativa strampalata che ha messo nero su bianco questa maggioranza, che dice di voler rendere più efficiente la giustizia ma che nella realtà vuole porre i giudici sotto controllo. Non avremo la riforma della giustizia ma avremo dei giudici riformati, in quanto ritenuti inabili a svolgere il loro delicato servizio.Questa riforma è stata giudicata sbagliata e inutile e, per molti aspetti, incostituzionale. Vi segnaliamo che: - il Ministro della Giustizia potrà ricorrere al TAR contro le decisioni del Consiglio Superiore della Magistratura.!!! Ma questa è follia, che competenza può avere il TAR circa le delicate decisioni del CSM? - i giovani che aspirino ad entrare in magistratura devono essere positivamente valutati nei test di idoneità psicoattitudinale allesercizio della professione di magistrato. E evidente che la capacità di un magistrato dipende dalla sua scienza e coscenza, non indagabile da chicchessia. - allArt. 7 sono riportate le norme disciplinari a carico dei magistrati, con unelencazione puntigliosa di quello che i magistrati non devono fare, vedi, p.e, comma 1b3): che anche fuori dallesercizio delle sue funzioni il magistrato non debba tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dellistituzione. Se poi volete leggervi i commi 1c troverete elencati altri 10 casi di illecito disciplinare, e al punto 1d altri 9 casi. Praticamente qualsiasi cosa il magistrato farà o dirà potrà essere usata per incriminarlo!!! - allArt. 8 si parla di procedure per lapplicazione delle sanzioni disciplinari. Si tratta di ben 68 paragrafi!!! Le opinioni sono importanti, ma quella che conta sono i documenti scritti, e questa "rifoma" è la prova evidente di quello che vogliono questi politici da strapazzo, inadatti a governare. Noi non li vogliamo non perché di una certa compagine politica, ma perché incivili. Coordinamento di Università-Opinione Ci hanno scritto: Da Bologna ho seguito gran parte del dibattito parlamentare sulla riforma costituzionale ed, essendo pendolare e trascorrendo molte ore in macchina, ho una famigliarità non comune con il dibattito quotidiano in parlamento. Ebbene vorrei dire a colleghi ed amici, ma anche a parecchi politici dell'opposizione che, apparentemente inconsapevoli, continuano a proporre discussioni e ragionamenti, che bisogna rendersi conto e prendere atto del fatto che siamo di fronte a una maggioranza che procede a testa bassa, cieca e sorda a qualsiasi ragionamento, proposta, emendamento. E quando risponde, è per ribadire, irridendo, il proprio intento che è quello di distruggere, con una specie di frenetica e sfrenata voluttà, tutto quanto di democratico e 'socialista è stato fatto nei decenni passati e ristabilire (ora che ha agguantato finalmente il potere!) la legge del Padrone ottocentesco. Mi auguro vivamente che la realtà dimostri che sono stata catastrofica, ma credo che noi, con la nostra cultura di sinistra, non ci rendiamo abbastanza conto della gravità e anche dell'irreversibilità di quello che sta succedendo e di cui la maggioranza è invece ben più consapevole di noi. Di fronte ad un violento attacco aperto e lampante alla Magistratura e all' Università ci si continua a comportare come fossimo in una democrazia reale: si esprime il proprio dissenso, si scrivono lettere, si formulano proposte, si tentenna nel fissare uno sciopero, e intanto i blindati delle loro "riforme", ignorandoci completamente, ci passano sopra la testa e procedono nel loro 'lavoro', che è quello dichiarato ( e lo so per certo) di umiliare e punire Magistratura ed Università, "covo e culla di intellettuali di sinistra", contestatori e ribelli, e per questo luogo da svuotare al più presto, accelerandone l'autoesaurimento. Ma vi rendete conto che stanno imbavagliando la Magistratura e distruggendo la libertà intellettuale dell'Università? Cos'è un intellettuale che non può dire e insegnare ciò che pensa? Io credo che se mai c'è stato un momento in cui è indispensabile e irrimandabile usare le misure estreme di opposizione, è proprio questo. Dopo di certo non servirà più. Se è vero che tutti siamo d'accordo sulla 'riforma' Moratti, ebbene l'Università compatta si deve fermare.O davvero noi intellettuali siamo solo parole e niente fatti? Beatrice Battaglia Da Bari in un breve saggio dello scorso anno[1], Jean-Francois Bachelet si chiedeva:ma dove diavolo sta andando lUniversità?. Domanda quanto mai attuale e pressante. Nellera del capitalismo trionfante e della mercificazione delluomo e del suo ambiente il problema non è completamente nuovo. Lavvenire dellistituzione universitaria, le sue capacità di trasformarsi, per rispondere allevoluzione del sapere e per tenere il suo posto nella società sono preoccupazioni costanti dei responsabili delluniversità. Tuttavia specialmente in questi ultimi decenni si è visto descrivere luniversità come isolata dalla realtà politica e sociale, rigida persino reazionaria nel suo funzionamento. Una tale visione è servita in definitiva a quelli che sono interessati a vederla trasformarsi in un senso particolare, che è quello delladattamento ad una società di mercato, spesso senza la condizione primaria del mercato:la concorrenza, ove tutto, a cominciare dalla scienza, sia potenzialmente commercializzabile e capace di generare profitto univocamente indirizzato. E chiaro che il suo avvenire impone una scelta che non può partire dalla logica di quanti pensano che il progresso risieda solo nelle cose quantificabili e misurabili. Il problema delluniversità è in definitiva legato al tipo di società che si vuole costruire: se si deve parlare di società della conoscenza e della cultura essa dipende proprio dal posto che si attribuisce al sapere e per estensione alla scienza in ambito sociale. Dal Medioevo è ,senza interruzione, generatrice di cultura, con la conseguenza che, malgrado i legami di sottomissione più o meno stretti con i differenti poteri, non ha mai cessato, spesso a proprio rischio, di essere una trasmettitrice di conoscenze innovative, originali emancipatrici. Nel XIX secolo luniversità è divenuta il simbolo della possibilità della scienza capace di liberare luomo intellettualmente e spiritualmente e di migliorare le condizioni materiali della sua esistenza. Utopia? Oggi certamente, soprattutto se si guarda a ciò che è accaduto alla fine del secolo seguente: è stato con il maggio 68, paradossalmente, proprio quando si è creduto celebrare il trionfo della libertà e dellindividuo sulle costrizioni della vita sociale, che si è determinato lavvento di un ordine sociale e politico mondiale, che sembra aspirare al consumo come unico esito dellesistere. Da questo punto di vista, le grandi teorie sulla fine della storia, proprie della postmodernità, sono servite a far comprendere alle popolazioni e, attraverso esse, ai responsabili politici di ogni colore, che non cè più niente da contestare, niente altro da volere che il produrre beni che noi ci affretteremo a consumare. Ma la democrazia di mercato è sempre più una democrazia falsificata ove il problema di un divenire collettivo non si pone più per gli individui, convinti che lo scopo dellesistenza risiede nella soddisfazione dei propri desideri più triviali e laffermazione nelle loro sacrosante differenze. A chi dunque potrà servire lUniversità? A chi servirà sapere delle cose se queste non hanno alcuna utilità nel sistema? Di fatti la società del tutto-mercato diffida, per definizione, del gratuito. Essa nutre, inoltre, una profonda avversione per tutti i modi di pensare che rischiano di distogliere i consumatori dagli schermi pubblicitari e da centri commerciali. Meditazione, prudenza, critica, complessità che caratterizzano la riflessione scientifica sono troppo antinomiche rispetto alle qualità richieste per adattarsi alla mentalità neoliberale fatta di reattività, di rischio, di soluzioni semplici (ci lasciamo guidare dalla mano invisibile del mercato come prima ci si rimetteva a Dio). In questo contesto,listituzione universitaria che si nutre di quel tipo di pensiero dialettico e esiste per esso, è impossibile. A meno che non si la si trasformi radicalmente per renderla compatibile con le prescrizioni della postmodernità, la quale ha finito per sostituire il virtuale al reale. Svuotata della sua funzione primaria di analisi e interpretazione della realtà lUniversità non è che una vetrina del mondo così come è sognato e rappresentato dai disinvolti detentori del potere economico: esperti della finanza quanto della speculazione, grandi sacerdoti dellinstabilità e del caos e grandi predatori delle democrazie-mercato. La sua trasformazione e la lenta inclinazione verso un tale modello è in corso,senza entusiasmo eccessivo, ma con una sorprendente docilità da parte di chi ne fa parte. Se si fa eccezione per quelli che parteggiano per i grandi ideali della ricerca e la difesa della libertà almeno accademiche le università sembrano brillare maggiormente per ciò che le separa che per ciò che le accomuna. Ora, al contrario, perché luniversità resti possibile, è fondamentale che quelli che ne fanno parte oltrepassino le frammentazioni e che alla polverizzazione delle persone e delle discipline succeda la riscoperta di ciò che fece la specificità dellAlma Mater: il sapere, la scienza come catalizzatori di conoscenze e non come giustapposizione di crediti frantumati. Così facendo, conclude Bachelet, luniversità si afferma come uno dei rari luoghi (il solo) dove luomo può ancora sperare di trovare raccolte tutte le carte della sua autodeterminazione, della sua capacità di agire come un cittadino mosso da valori umanistici e non mercantili. Soltanto la testa ben fatta, luomo che ragiona a largo raggio, si può opporre alle teste ben piene di impiegati docili e malleabili, richiesti pressantemente dalle federazioni delle imprese e i loro azionisti. Quella testa ben fatta, quelluomo che ragiona a largo raggio, che percepirà liberamente lintelligibilità dellinsieme non censurato, non frammentato, e confronterà le conoscenze le une alle altre. Altrimenti, il mondo della cultura sarà unoccasione pretestuosa per le Stars accademy se non anche per le sentenze di calciatori, cantanti e attori (telegenici) riconvertiti in deputati. Per tutto questo si pretende da quelli che hanno la maggiore responsabilità ai livelli più alti, di impegnarsi perché lUniversità resti possibile, essendo un pilastro fondamentale della democrazia , in quanto la democrazia non vale che per leccellenza dei destini che persegue idealmente per tutti e se non resta ai giochi di sponda fra gli egoismi e le viltà di ognuno. Inversamente, perseguire la fuga in avanti, nella quale sono impegnate la scuola superiore e la ricerca scientifica, significa rassegnarsi alla dittatura dellignoranza e del totalitarismo tecnologico, che ci stanno precipitando verso quell inferno di stupidità che lo scrittore Saul Bellow vede in prospettiva. Giuseppe Russillo [1] Luniversité impossible. Le savoir dans la démocratie de marché, Editions Labor, Bruxelles 2003. Da Bologna ....un sincero e sentito ringraziamento per le precise e sintetiche informazioni inviatemi.........., un piccolo ma profondo contributo al galoppante avanzare del " grande fratello " , profetico romanzo letto tanti anni fa. Mai avrei immaginato che un giorno avrei anch'io fatto parte di quel "futuro",.....di quel grottesco tentativo di cancellare la storia e i fatti; pareva veramente pura fantascienza, l'ipotesi che il potere sarebbe stato in grado di allevare in cattivita' e poi propinarceli, soggetti di siffatta specie, soggetti che con tanta arroganza, si avvalgono di una immensa tregenda fatta di servili adepti utili a riscrivere la storia, una storia a misura e sostegno di uomini senza qualità , dove la mancanza di qualità trova un suo spazio e una sua qualificazione positiva, diviene addirittura elemento distintivo, dove l'invidia per il vero valore porta a stravolgere i fatti e la vita delle persone. Con profonda amarezza, ancora una volta assistiamo all'evidente mancanza di consapevolezza di troppa parte ancora dell'umanita', quella meravigliosa qualità che ogni uomo dovrebbe maturare per essere capace di analizzare senza inganni, la connessione degli eventi e le improbabili coincidenze, qualità a mio parere, unica e vera splendida conquista che unita a una grande curiosità e al senso profondo della vita, fanno di un uomo veramente un uomo. L'unica attuale consolazione, resta quella meravigliosa certezza che nulla e nessuno e' eterno, la natura nella sua inviolabile saggezza ha trovato il modo di arginare ..."loro malgrado",.......l'inevitabile delirio di onnipotenza dell'umanita'. Lorena Mazzoni |
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