11.03.2007
Pubblichiamo la Relazione del Prefetto De Sena, “Lo spazio scurezza, libertà e giustizia nella Regione Calabria”. Ringraziando il Sole 24 Ore per averla pubblicata, crediamo doveroso un ringraziamento al Prefetto De Sena per la precisa, corretta e decisa analisi della situazione con proposte dettagliate, sia di metodo che di merito.
Auspichiamo inoltre che questa venga anche letta dal Presidente del Consiglio, Romano Prodi, al fine che questi possa, evitando altre “scivolate” come quella alla Camera dei Deputati, iniziare a far adottare al Governo provvedimenti seri e concreti, ponendo la lotta alle mafie come priorità nazionale.

LO SPAZIO SICUREZZA, LIBERTA’ E GIUSTIZIA
NELLA REGIONE CALABRIA

PREMESSA

Un anno di attività in Calabria permette oggi di impostare un documento di analisi caratterizzato, per certi versi, dalla “non-convenzionalità”.                       

Un documento che mira ad aggiungere valore, a fornire un contributo prospettico di pensiero ed azione ai più qualificati tra gli Organismi centrali dell’Amministrazione dello Stato ad integrazione delle condivisibili analisi che alcuni di Essi, per gli aspetti di competenza, periodicamente elaborano.

            Si tenderà così a fornire, con le pagine che seguono, uno spaccato obiettivo di vita, empiricamente ottenuto attraverso la prassi quotidiana del dialogo inter-istituzionale e territoriale, l’ascolto diuturno delle istanze collettive ed individuali, i passaggi attuativi del “Programma Calabria” in corso di esecuzione.

            Rappresenta un’assunzione di responsabilità, in certo qual modo, questo documento poiché delinea, forse con modalità irrituali, aspetti della vita ordinaria e delle dinamiche socio-economiche calabresi derivanti da un’incisiva prospezione della trama e dell’ordito di cui si compone il quadro territoriale della regione in riferimento.

            In questo, l’analisi di seguito esposta si affianca allo strumentario di tipo statistico-analitico che guida la costante azione di monitoraggio svolta dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, attraverso le competenti emanazioni centrali e tecnico-operative territoriali, sulle fenomenologie criminose distorsive dei principi fondanti della convivenza democratica del nostro Paese.

            Per questo, vieppiù, il documento non intende testimoniare solamente l’esistenza di un fenomeno criminale aggressivo, arroccato nella struttura clanico-territoriale diffusasi in guisa di metastasi nelle province calabresi, ma anche tratteggiare aspetti ambientali, comportamentali, nel complesso - potremmo dire - culturali negativi e positivi che, in combinazioni talora casuali e conseguenti, contribuiscono a stratificare nell’immaginario collettivo dei calabresi per primi, del restante popolo italiano e del mondo intero le riserve mentali, i luoghi comuni, le secche della speranza che, assai più del crimine, incidono negativamente sulla prospettiva futura della popolazione.

            L’intento è dunque di evitare ogni sovrapposizione o reimpiego passivo dei valori espressi in linea di continuità e con valenza generale dagli Organi analitici centrali e, al contrario, di fornire ad Essi alcune matrici di decrittazione innovative per l’attualizzazione realistica e non ultra-dimensionata della “questione calabrese”.

PRIMA PARTE

1.         LA MINACCIA.

            Una valutazione della minaccia, con riferimento al contesto calabrese, evidenzia innanzitutto delle tipicità strutturali della stessa.

            Preliminarmente occorre affermare che essa è duplice e presenta una facies esterna, composta essenzialmente dal tasso di aggressività delle organizzazioni criminali, sommato all’efficacia percepita - sovente sovrastimata e presunta - della loro azione rovesciata di controllo del territorio ed agli impatti che tale azione ha sia sulle persone sia sui territori.

            L’altra facies della minaccia riferibile alla Calabria è interna, ovvero da intendersi come la risultante della sommatoria delle linee di frattura accentuatesi nell’impianto sociale calabrese attraverso il filo dell’individualismo egoista, della crescita di sacche di non-cultura civica, dell’attendismo passivo ed arrogante che caratterizza coloro che, pur non delinquendo, in fondo si celano dietro ad uno status quo percepito come immutabile.

            Da due fronti, dunque, pare provenire la minaccia e su due fronti essa deve essere combattuta.

            Addentrandosi ulteriormente nell’analisi si evidenzia che, nel complesso, la stessa presenta altresì caratteristiche di asimmetricità, atteso che non si configura uno scontro tra parti contrapposte ben definite (le Forze dello Stato e le organizzazioni criminali), ma emergono, anzi, nella flessibile quanto perversa capacità di mimesi dell’ “antistato”, antagonisti indiretti, collusioni, tacite interazioni o, talora, addirittura inconsapevoli comportamenti che recano profonde ferite al quadro istituzionale ed alla fiducia della popolazione nell’azione pubblica.

            Da questo discende l’ulteriore caratteristica di multipolarità della minaccia calabrese che, in ragione della diversificazione degli scenari di confronto (istituzionali, territoriali, sociali, economici, associativi, giovanili) deve essere affrontata con metodologie e processi differenziati, coordinati e contestuali sia nel tempo sia nello spazio.

            L’insieme degli aspetti tipizzanti elencati rende così la quali-quantificazione della minaccia alla convivenza pacifica e produttiva delle popolazioni calabresi quanto mai complessa.

           

            L’analisi della medesima deve pertanto fondarsi su di un’architettura di matrici di prioritizzazione che permettano di incrociare i dati e le informazioni strutturate rese disponibili dall’attività di raccolta ed analisi operata dagli Organi centrali e decentrati competenti, ma anche sugli elementi di analisi empirica e non-convenzionale che, letti in forma aggregata, facciano giungere ad una definizione il più possibile realistica del rischio territoriale calabrese.

            La trappola della massimizzazione del rischio, infatti, è sempre pronta a chiudere la concatenazione dei fatti e delle percezioni in una morsa che troppo spesso si presta a manipolazioni disinformative tutt’altro che rappresentative della realtà - anche positiva dove c’è - della regione.

            Sulla base di tale metodologia si ritiene di attestare ad oggi la minaccia - come descritta - ad un livello ALTO  tenendo in debito conto la situazione esistente; le linee di tendenza mantenute dal consesso socio-economico nella sua generalità; le azioni intraprese dall’Amministrazione pubblica ed il relativo grado di risposta  da parte dei territori; il modello a tendere in termini di interazione sociale, assumendo che il processo avviato possa produrre effetti positivi di breve, medio e lungo periodo.

2.         LA QUESTIONE CALABRESE.

            Esiste una questione Calabrese, eccome. Esiste storicamente incastonata nel contesto della più ampia questione Meridionale, ma con caratteristiche precipue, svincolate dai canoni descrittivi elaborati dalla dottrina storico-sociale, nei quali lo stesso calabrese intellettualmente libero, forse, poco si riconosce.

            Esistono, di converso, aspetti comuni che legano la Calabria alle più vaste problematiche di atavica arretratezza delle regioni meridionali, ma su di essi ben più qualificate Istanze si sono diffusamente espresse.

            Ciò che ai presenti fini rileva, innanzitutto, è la congerie degli atteggiamenti sociali, l’intreccio micidiale tra una strisciante quanto ellenistica rassegnazione al “Fato” ed una crescente, inquietante “arroganza dell’attesa”.

            Un’arroganza individuale e collettiva che fa chiedere continuamente tutto ed in ogni settore ma che, una volta ottenuto quanto richiesto, non è poi in grado di trasformare l’acquisizione in un’opportunità: questo è il fardello sociale principale.

            A fronte dell’impegno di una parte, alligna ieratica l’impassibilità di molti che, spesso, tende a raffigurare un’immagine di para-impegno, pseudo-attivismo, finta indignazione in presenza di avvenimenti eclatanti.

            Questo è un limite intrinseco del contesto sociale calabrese, un limite superabile ma, allo stato, un limite vero che frena lo slancio di coloro che invece realmente e concretamente mettono in discussione se stessi con l’obiettivo del fare, molto prima del parlare.

            E’ notorio che la delibazione meramente contemplativa di qualsiasi problema non è in grado di risolverne l’origine, gli effetti e neppure di contenerne la portata.

L’interesse particolare è al centro.

            La prima acquisizione analitica appare allora individuare in tale forma di “rispettabile e formidabile apatia” il terreno di coltura, il laboratorio virtuale nel quale prosperano i germi della distorsione sociale, del virus criminale latente come di quello concentrato, le logiche centripete del “familismo amorale”, come descritto dal politologo Edward Banfield nei suoi studi sulla realtà meridionale.

            La massimizzazione dell’interesse individuale, rivolto solo all’interno del nucleo familiare è, infatti, uno degli ostacoli principali alla costruzione di una coscienza dell’agire collettivo, dell’agire per obiettivi generalisti, di una solidarietà sociale viva e disinteressata.

            Un ostacolo che si rinviene nell’operatività delle Amministrazioni locali, nella resa dei servizi alle comunità: dalla sanità alle pratiche autorizzative; dal trasporto allo smaltimento dei rifiuti; dalla mobilità alla gestione sicura dell’ambiente e delle aree urbane.

            Tale fenomenologia sociale, inoltre, favorisce la dialettica rovesciata ed efficientista che vede da un lato i bisogni individuali e, dall’altro, la risposta criminale organizzata ad essi. Risulta infatti facile, in un modello familista chiuso, proporsi come solutori alternativi ed efficaci delle problematiche e degli affanni quotidiani derivanti da ciò che, in termini giuridici, si può chiamare interesse legittimo, libertà da condizionamenti, diritto di fruizione.

            Fintanto che la cesura comunicativa tra Amministrazione pubblica e cittadino, storicamente instauratasi, ma modernamente alimentata dalle filiere criminali richiamate, permane, la questione calabrese è lungi dall’essere anche all’inizio di quell’auspicabile punto di fuga  verso un affrancamento ed un’emancipazione reali dalla condizione dell’oppressione.

            Con riguardo a questo, un asse di intervento sviluppatosi gradualmente nell’anno trascorso, è rappresentato sia dal ricorso ponderato alla procedura di accesso agli Enti Locali, sia a quella di scioglimento degli stessi che presentino elementi significativi di rischio d’infiltrazione criminale, piuttosto che patologie gestionali macroscopiche e rilevanti ai fini del principio di buon andamento della Pubblica Amministrazione.

            Nel merito specifico si articolerà il ragionamento di seguito, ma ai fini della presente parte analitica giova evidenziare che gli strumenti citati, vissuti nella vulgata mediatica come strumento traumatico di ingresso nella vita amministrativa locale, permettono, oltre che di accedere agli obiettivi istituzionali prefissati, anche di riorientare correttamente l’atteggiamento della popolazione con riguardo ai servizi ricevuti ed ai risultati raggiunti dall’Amministrazione stessa.

            Sono infatti frequenti i casi nei quali, alla cessazione delle attività svolte dai Commissari incaricati, le Prefetture calabresi ricevono segnalazioni positive - talora entusiastiche - sull’efficacia ed efficienza raggiunte dai Funzionari designati nella supplenza alle responsabilità amministrative locali.

            L’evidenza insegna, allora, che la possibilità di rompere l’accerchiamento e la cultura centripeta sopradescritte esiste, è praticabile per mezzo di un dosaggio adeguato degli strumenti amministrativi ed ispettivi concessi dall’Ordinamento e, soprattutto, è efficace nella stesura degli elementi ricostitutivi di base di una sana dialettica con la popolazione residente in una data porzione territoriale.

            In questa direzione deve muoversi l’azione di sostegno alle autonomie locali, in un continuo processo di composizione dialettica delle criticità che serva a raggiungere forme anche innovative di verifica e riscontro amministrativo.

            Al riguardo, sulla base dell’esperienza maturata, si ritiene utile l’avvio di un ripensamento in chiave evolutiva dello strumento dell’accesso agli Enti Locali, affinché ne vengano attenuati gli aspetti di emergenziale tragicità e rafforzati, invece, i contenuti di graduale quanto pregnante modalità di supporto all’esercizio - non facile in genere ed in Calabria difficilissimo - delle funzioni spettanti agli Amministratori locali.

            Si è inoltre maturato il convincimento, per evoluzione empirica e de iure condendo, dell’inutilità del frequente ripetersi di provvedimenti di scioglimento all’indirizzo delle stesse entità amministrative che, pur azzerate nei vertici, permangono pressoché immutate nei quadri e, ciò che è peggio, nelle logiche ingiuste e settarie di governo della Cosa pubblica.

La dialettica intersoggettiva è distorta.

            La seconda evidenza analitica di rilievo essenziale è rappresentata dalla proliferazione delle manifestazioni violente, sia come effetto indotto dall’operatività e dal “marketing” mediatico indiretto connesso all’azione delle organizzazioni di stampo mafioso, sia - e questo inquieta di più - come risultato della diffusione di “antivalori” che negano il rispetto della vita umana e privilegiano la prevaricazione, morale o fisica, come strumento di affermazione delle proprie ragioni.

            E’ un vero e proprio processo emulativo, quello che si rileva, posto in essere dalle tipologie individuali più varie e non collegato, in molti casi, a condizioni di disagio sociale o di indigenza apparente.

            La commissione di atti di danneggiamento, il cui dato statistico assoluto presenta rilevanti dimensioni deve, pertanto, essere diversamente interpretata.

            Si deve, in sintesi, partire dal posizionamento di un discrimine analitico ineccepibile che permetta la distinzione tra atti intimidatori di origine criminale ed atti che, al contrario, non sono affatto “regolativi” degli interessi criminali di tipo mafioso ma sono invece espressioni dialettiche violente “usuali”, una sorta di linguaggio aggressivo a distanza, mirato e lesivo della sfera patrimoniale - quando non dell’incolumità - del malcapitato destinatario.

            L’adozione di tale discrimine, ottenuto attraverso l’approfondita disamina di ogni singolo episodio di intimidazione, permette di abbattere il dato complessivo in ragione di questa perniciosa, quanto illegale modalità di “composizione dei privati dissidi” che si caratterizza, in modo del tutto peculiare,  anche per  l’enorme flusso di anonimi che pervengono quotidianamente a questa Sede.

            Con ciò ottenendo anche il ridimensionamento sostanziale della portata del fenomeno intimidatorio criminale.

            Su questa constatazione si deve allora articolare il ragionamento: l’emulazione del comportamento di stampo mafioso, eziologicamente diverso, significa l’accettazione di una regola rovesciata alla base della convivenza civile, significa che, nella percezione di coloro che lo commettono, non esiste la coscienza del disvalore comportamentale creato e neppure la presenza di un’alternativa efficace al “fai-da-te”.

            L’intervento, dunque, deve essere radicale e a tutto campo, innanzitutto sul piano della comunicazione mediatica, affinché gli effetti indotti di questa fitta, quanto disorganica casistica di eventi intimidatori, non rechi gratuitamente vantaggio all’immagine di “lucida, onnisciente ed ubiqua” efficienza delle organizzazioni criminali.

            Comunicare dunque, ma non solo. A quest’azione di riallineamento dei contenuti effettivi della minaccia alla convivenza civile deve essere affiancata una capillare, diuturna, mirata, forse anche puntigliosa azione di formazione delle coscienze delle nuove generazioni.

            Ai giovani si deve invece guardare, senza pilotarne e/o condizionarne le effervescenze e le aspirazioni, con un’azione sistematica che ponga a fattor comune le competenze dei migliori modelli e delle migliori prassi educativo-scolastiche che si possano reperire sul territorio nazionale.

            Avviando programmi di acculturamento al senso civico, prima che alla chimera di una legalità che, se non condivisa dal territorio e dai suoi abitanti, raggiunge il mero scopo del virtuosismo idealistico privo di conseguenze, pur se corredato di innumerevoli quanto ammiccanti convegni e simposi.

            Serve la concretezza di un piano armonico e coordinato per la formazione di coscienze libere, prima che di culture, che permetta alle istituzioni scolastiche ed accademiche di ogni ordine di interagire più attivamente con il mondo della “vita vissuta” e dei centri di aggregazione socio-culturale di ogni estrazione.

Le strategie di prevenzione dell’abbandono scolastico, fenomeno ancora presente nelle contrade calabresi, potranno così trovare una rete osmotica di supporto che permetta la crescita di una consapevolezza collettiva, prima che individuale, della rilevanza dei percorsi formativi ai fini della “costruzione” dei cittadini calabresi del futuro.

            Ed è di cittadini calabresi che si deve parlare, poiché troppi ancora sono i calabresi di “origine” che, nell’intento di concretizzare il proprio futuro, si vedono costretti a trapiantare le proprie intelligenze, passioni,  aspirazioni al di fuori della regione e, in  numerosi casi, addirittura al di fuori dei confini nazionali.

            La crescita della consapevolezza e dell’identità culturale deve, inoltre, poter avvenire in campo aperto, ben al di fuori dei pur esistenti ed elitari circoli di cultura e socializzazione che si rinvengono in Calabria.

            I diplomi, le lauree, le specializzazioni dovranno così divenire un punto di partenza per l’esercizio di un ruolo individuale della dimensione societaria calabrese e non rimanere - come in generale pare essere oggi - un punto di arrivo, uno status formale privo di esercizio funzionale.

            Quando poi si parla di alta formazione, riferendosi al mondo universitario, l’appello si fa vibrante: siano gli Atenei le sedi aperte e qualificate del confronto culturale con il territorio; costruiscano i loro programmi nella piena libertà dell’insegnamento, ma dotati di agganci con il mondo reale, fatto di professioni - anche nuove - e di competenze mancanti.

            I corsi di laurea potranno così fungere da veri catalizzatori territoriali dell’ingegno che distingue la popolazione calabrese, al fine di dirigerne la forza creativa verso la produzione - si passi la metafora - di vero valore aggiunto sociale.

            Sentirsi corpi estranei, autoreferenti - seppure di eccellenza - non giova alle università della Calabria - non giova a coloro che vi si avvicinano portando nell’animo una speranza di riscatto e di promozione sociale. Torni l’Accademia ad essere il lievito della pasta socio-economica costituita dalle nuove generazioni calabresi che, davvero, nulla hanno da invidiare ai propri corrispondenti nazionali ed europei.

            L’apertura concreta delle porte della Calabria all’Europa rappresenta la chiave di volta per l’attivazione di una serie di opportunità formative, interpretative della realtà moderna e di confronto con i valori ed i problemi degli altri.

La prossima programmazione dei fondi strutturali 2007-2013, forse l’ultima per le regioni meridionali italiane, costituisce una formidabile occasione per una rinascita globale di questo territorio sempre che gli interventi si declinino in azioni che attingano in profondità alla sete di cultura della convivenza delle giovani generazioni.

 

3. IL RUOLO E LE RESPONSABILITÀ DELLA PUBBLICA  AMMINISTRAZIONE.

 

            L’individuazione delle prime due “faglie di frattura” del contesto sociale calabrese ci porta, per principio di concatenazione logica, al nodo irrisolto delle corresponsabilità storiche della Pubblica Amministrazione, nel più ampio senso intesa.

L’azione amministrativa, nel complesso, è parcellizzata in interventi dai tratti schizofrenici, sovente espressivi di interessi e finalità a loro volta prodotti da una sottocultura politica, attiva essenzialmente in chiave elettoralistica ed invece assai più discontinua in fase di amministrazione e di assunzione di responsabilità.

            L’assenza cronica di una visione “di sistema”, di tavoli realmente in grado di svolgere funzioni di alta amministrazione strategica e di “cabine di regia” operative alimentano - e questo è ovvio - la mancanza di fiducia nella risposta che i cittadini ricevono, poco e male, dalle Amministrazioni stesse.