ARRESTATA IL GIUDICE PASQUIN
con molti, molti altri, anche mafiosi!
cronaca da Ansa, Corriere e Repubblica on line
Patrizia Serena Pasquin è presidente di sezione del
Tribunale di Vibo
Fermate 16 persone, tra loro esponenti del clan che controlla la provincia
'Ndrangheta, blitz nel Vibonese
in manette anche un magistrato
"Nelle intercettazioni si parla di cause da sistemare"
VIBO VALENTIA - Magistrati, un ex assessore, avvocati e anche un giudice. E alcune cause "da sistemare". Vanta nomi eccellenti il blitz che la Polizia ha effettuato nel Vibonese. Tra gli arrestati (16 persone) c'è anche un magistrato del tribunale di Vibo Valentia, Patrizia Serena Pasquin, presidente di sezione e due magistrati che collaboravano con lei. Nel complesso le persone indagate sono 33. "Sono state captate intercettazioni in cui con estrema disinvoltura gli interlocutori parlano di cause 'da sistemare'", dicono i pm.
Il giudice coinvolto. Le accuse alla Pasquin farebbero riferimento al periodo in cui presiedeva la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Vibo Valentia. L'inchiesta avrebbe come oggetto anche fatti riguardanti la realizzazione di alcuni insediamenti turistici nel Vibonese, e in particolare a Tropea e Parghelia. Alla Pasquin vengono contestati i reati di corruzione semplice, corruzione in atti giudiziari, falso, truffa e abuso. Reati che sarebbero stati commessi in favore di persone vicine alla cosca Mancuso che ha interessi in molte attività economiche e commerciali. Secondo i pm il giudice avrebbe compiuto "un sistematico mercimonio della funzione pubblica attuando in modo capillare il principio del 'do ut des'" e non avrebbe esitato "ad attivare tutti i possibili canali di informazione" per avere notizie utili sulle indagini corso, "mediante accessi abusivi al registro informatico della Procura di Vibo Valenzia". Ed ancora il giudice avrebbe prodotto documenti falsi per far ottenere finanziamenti illeciti ai boss.
Per sviare i sospetti il giudice avrebbe utilizzato utenze telefoniche intestate alla sua collaboratrice domestica. La Pasquin usava queste utenze telefoniche in particolare per le telefonate con Antonio Ventura, persona ritenuta vicina al clan Mancuso, noto come "Tappo". Dalle conversazioni intercettate si riscontra "l'esistenza di un consolidato, duraturo e permanente rapporto corruttivo, finalizzato a risolvere la procedura concorsuale da cui Ventura era gravato e numerose altre vicende giudiziarie".
Il nome di Patrizia Pasquin era già comparso in alcune intercettazioni dell'inchiesta Dinasty, condotta dalla Procura antimafia di Catanzaro contro la cosca Mancuso. In particolare, il giudice era stato citato come persona "contattabile" in un colloquio tra Diego Mancuso, capo della cosca, e il nipote Domenico in relazione ad un sequestro di beni eseguito contro appartenenti al gruppo criminale.
Gli altri arresti. Tra gli arrestati ci sono anche esponenti del clan Mancuso di Limbadi, la cosca che ha il "predominio incontrastato" della provincia di Vibo Valentia. In manette anche due avvocati ai quali vengono contestati la corruzione e la corruzione in atti giudiziari, reati commessi in concorso col giudice Pasquin. Insieme alla Pasquin sono stati portati in carcere altri tre arrestati: Settimia Castagna, di 49 anni, imprenditrice nel settore della floricoltura e turistico, Achille Sganga (44), geometra dell' ufficio tecnico del Comune di Parghelia ed Antonio Ventura (61), imprenditore commerciale indicato dagli investigatori come vicino alla cosca Mancuso.
Nei guai anche ex assessore della Regione Calabria, Ernesto Funaro, di 66 anni, accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato e falso.
10.11.2006 Corriere on line
Profilo professionale del giudice coinvolto nel blitz anti 'Ndrangheta
Chi è il magistrato arrestato a Vibo
Patrizia Pasquin è in magistratura dal 1980. Ha ricoperto il ruolo di pm occupandosi anche di criminalità organizzata prima della nascita delle Direzioni distrettuali antimafia
VIBO VALENTIA - Patrizia Pasquin, il giudice arrestato dalla Polizia su ordine della Dda di Salerno, è in magistratura dal 1980. Attualmente ricopre l'incarico di presidente di sezione civile del Tribunale di Vibo Valentia, dove ha svolto tutta la sua carriera. Nominata uditore giudiziario al Tribunale di Catanzaro dal maggio 1980 è stata poi destinata, dal gennaio '82, al tribunale di Vibo Valentia. Dal 1986, Patrizia Pasquin ha ricoperto l'incarico di sostituto procuratore della Repubblica sempre a Vibo. Dall'aprile all'ottobre del 2004 ha anche svolto le funzioni di procuratore reggente. Nominata dal Csm magistrato di Corte d'appello dal '94, Patrizia Pasquin è diventata presidente di sezione dal luglio 1995. Dal dicembre 2000 è stata nominata magistrato di Cassazione.
Nella sua carriera la Pasquin si è occupata sia di civile che di penale. In quest'ultimo settore ha svolto incarichi di giudicante (a latere), come giudice istruttore nel primo quinquennio dell'attività, come pm nei nove anni successivi e poi ancora come presidente dei collegi ordinari e di tribunale della libertà e delle misure di prevenzione. Nell'ambito del settore penale si è occupata di indagini riguardanti la criminalità organizzata, reati contro la pubblica amministrazione, ambientali ed edilizi, fiscali, oltre che di misure di prevenzione personali e reali, irrogandone oltre un centinaio in meno di due anni di presidenza della sezione penale. Come pm, in particolare, si è occupata anche di criminalità organizzata prima della nascita delle Direzioni distrettuali antimafia.
Nel 1994, Patrizia Pasquin ha retto per alcuni mesi l'ufficio di procura durante il periodo di vacanza del posto di procuratore, seguendo le prime fasi dell'omicidio di Nicholas Green, il bambino statunitense assassinato nel corso di un tentativo di rapina accaduto il 29 settembre 1994 lungo il tratto calabrese dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria mentre viaggiava a bordo di una Fiat Uno insieme ai genitori ed alla sorella più piccola.
10.11.2006 ANSA (ore 07:28)
'NDRANGHETA: ARRESTI NEL VIBONESE, C'E' ANCHE UN MAGISTRATO
VIBO VALENTIA - C'è anche un magistrato del tribunale di Vibo Valentia, tra le 45 persone coinvolte in un'operazione che la polizia di stato sta conducendo nel Vibonese. L'operazione è coordinata dalla Direzione centrale anticrimine e dal servizio Centrale operativo della polizia di stato.
Sono 15, al momento, rispetto alle 16 emesse dal gip distrettuale di Salerno, le ordinanze di custodia cautelare eseguite dalla polizia di stato.
Il giudice arrestato la scorsa notte dalla polizia di stato su ordine della Procura antimafia di Salerno e' Patrizia Serena Pasquin, presidente di sezione del Tribunale di Vibo Valentia. Al giudice vengono contestati i reati di corruzione semplice, corruzione in atti giudiziari, falso, truffa e abuso, reati commessi in favore di elementi vicini alla cosca dei Mancuso.
Gli arresti sono stati fatti, oltre che nel Vibonese, nelle province di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria ed a Varese, con la collaborazione delle rispettive Questure. Complessivamente nell'operazione sono stati impiegati oltre 150 poliziotti.
Ci sono anche due avvocati tra le persone arrestate. Ai due professionisti vengono contestati la corruzione e la corruzione in atti giudiziari, reati commessi in concorso col giudice Pasquin. Le contestazioni mosse ai due avvocati fanno riferimento a presunti favoritismi di cui avrebbero beneficiato alcune persone vicine alla cosca Mancuso.
Ci sono altri due magistrati coinvolti nell'inchiesta. Secondo quanto si apprende da fonti investigative, collaboravano assiduamente con la Pasquin.
Tra gli arrestati c' e' anche un ex assessore della Regione Calabria, Ernesto Funaro, di 66 anni. Funaro, che e' un ingegnere - un passato democristiano, poi segretario regionale fino al 2000 degli allora Popolari (successivamente non e' nota un' appartenenza politica ufficiale anche se si parlo' di una vicinanza ad esponenti dell' Udc) - e' accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato e falso. All' ex assessore sono stati concessi gli arresti domiciliari. Il suo coinvolgimento nell' inchiesta sarebbe da collegare ad una collaborazione tra il suo studio di ingegneria e le vicende edilizie riguardanti il comune di Parghelia.
COSCA MANCUSO, LA 'NDRANGHETA CHE DOMINA
Quella dei Mancuso e' considerata da magistrati e forze di polizia una delle piu' forti e potenti cosche calabresi, sia per le sinergie mafiose che e' riuscita a costruire negli anni sia per la capacita' di radicarsi e proliferare oltre che nelle regioni del Nord d'Italia anche in mezza Europa e in sud America. Potente dal punto di vista militare, la cosca Mancuso e' considerata tra le piu' efferate: ricorre spesso al metodo della lupara bianca e non disdegna gli omicidi tanto che nel 1996 il processo 'Eclissi' dimostro' la paternita' dei Mancuso in decine di delitti. Le prime tracce processuali della famiglia mafiosa risalgono ai primi anni '60, negli anni e' riuscita a creare sinergie importanti, come quella con le famiglie reggine dei De Stefano ed i Piromalli-Mole', con i quali sono entrati in affari quando la 'ndrangheta si sparti' gli appalti per lo sbancamento ed il materiale inerte dell' area del porto di Gioia Tauro.
Affari che adesso riguardano traffico di armi, stupefacenti e riciclaggio. Gli anni non sono passati invano: la famiglia Mancuso crescerebbe al punto che viene oggi definita una vera e propria 'holding' finanziaria, in grado di movimentare cocaina dal sud America per tonnellate, grazie anche al supporto delle cosche reggine, espropriando della titolarita' del traffico internazionale anche Cosa nostra. Ci sarebbe anche il riciclaggio del denaro: i soldi ottenuti con il traffico degli stupefacenti tornano in Argentina e poi girano su banche e uffici di exchange in Svizzera e Medio Oriente, ritornando, puliti alle basi tra cui appunto la Lombardia (Milano, ma anche Brescia), il Piemonte, l' Emilia Romagna. Negli anni, pero', alla cosca dei Mancuso sono stati inferti, da parte della magistratura e delle forze di polizia, anche duri colpi, come ad esempio l'operazione Dinasty, compiuta nell'ottobre del 2003, che porto' all'arresto di decine di affiliati. Da quell'inchiesta era emerso come la cosca era da tempo scossa dalle divisioni interne e dai contrasti tra i capi delle diverse fazioni, con il rischio di perdere definitivamente forza e influenza.
Dall'inchiesta di tre anni fa la cosca sembrava che la cosca ne fosse uscita di fatto decimata poiche' furono arrestati tutti i componenti maschi della famiglia Mancuso, eredi di una antica tradizione criminale. Altri tempi, in sostanza, rispetto a quelli in cui a curare gli affari della cosca, con l' autorevolezza e la capacita' necessarie, era Francesco Mancuso, detto Ciccio, un vero e proprio patriarca della 'ndrangheta, capace di trattare ad armi pari e senza alcun timore reverenziale con gli altri esponenti di spicco della stessa organizzazione criminale calabrese (i Piromalli di Gioia Tauro, i De Stefano di Reggio Calabria, gli Arena di Isola Capo Rizzuto) e con i boss di Cosa nostra.
Mancuso e' morto per un male incurabile, nella sua casa di Limbadi, nel 1997. In una delle conversazioni telefoniche intercettate dagli investigatori nell'ambito dell'inchiesta Dinasty due degli affiliati ricordavano con nostalgia e rammarico proprio i tempi in cui a dirigere gli affari della cosca era Ciccio Mancuso, dotato di un' autorita' che nessuno osava mettere in discussione. Ma al di la' della cosca quello che emerse nell'indagine di tre anni fa era la vera e propria dinastia dei Mancuso, il cui capostipite, nato nel 1902, aveva avuto undici figli. L'inchiesta consenti' di scoprire che la cosca Mancuso, di fatto, si era pero' frantumata negli ultimi anni dividendosi in tre gruppi contrapposti capeggiati, rispettivamente, da Luigi e Giuseppe Mancuso, entrambi in carcere per scontare in regime di 41 bis una condanna all' ergastolo, e Francesco Mancuso. Nonostante i contrasti interni alla famiglia, le attivita' sarebbero comunque continuate in modo incessante e lo dimostrerebbero le recenti operazioni compiute dalle forze di polizia nel nord dell'Italia che hanno smantellato diversi traffici internazionali di droga gestiti dalle cosche della 'ndrangheta.