dal n° 4 del 2006

La Piovra a Genova?
di Pierfranco Pellizzetti

Lo scorso ottobre faceva timidamente capolino sui quotidiani genovesi la notizia che alla periferia della città, nell’antico quartiere operaio di Rivarolo/Certosa, gli abitanti stavano organizzando un presidio in piazza per denunciare e contrastare la penetrazione della criminalità organizzata nel loro territorio.

Sintomo inquietante che farebbe intendere come ai margini della scintillante città “Capitale europea della cultura per il 2004”, dei palazzi ripittati a nuovo per ospitare l’esposizione di quadri fiamminghi o gli eventi del Festival della Scienza, sarebbero in gestazione processi di ben altro tenore. Seppure volutamente rimossi dalla Genova ufficiale, intenta solo a specchiarsi nella sua ritrovata bellezza urbana.

Infatti, una circolare della locale Legambiente di quei giorni - in appoggio all’azione di base in corso a Rivarolo/Certosa - segnalava apertamente la presenza “significativa e strutturata” di famiglie mafiose originarie di Riesi: “da nove mesi è stato aperto in zona un circolo Arci legato alla rete di Libera. Il circolo, tra l’altro, si occupa di educazione alla legalità. L’iniziativa non è piaciuta agli amici degli amici che hanno fatto numerose irruzioni nel locale a scopo di intimidazione. I soci del circolo rispondevano senza tentennamenti rifiutando l’introduzione di videopoker e l’accesso a fornitori graditi agli amici”. Da qui - dunque - le azioni pubbliche per sensibilizzare la popolazione all’impegno comune.

Genova in mano alla Piovra? Chi mai lo ha detto o chi lo dice ora? Eppure quel presidio di cittadini, prevalentemente anziani ex operai, non può essere liquidato con una semplice alzata di spalle. Semmai, merita un minimo di istruttoria in più. Ad esempio, andando a leggere il Rapporto Ecomafie del 2004, secondo cui la Liguria si colloca al primo posto tra le regioni del Nord per numero di infrazioni in materia ambientale, e incrociando il dato con uno stralcio della relazione parlamentare 2003 delle procure antimafia: in questo territorio, “le principali attività illecite gestite dalla mafia calabrese sono l’infiltrazione nei settori economici e finanziari legati agli appalti, l’edilizia e lo smaltimento rifiuti”. Cui aggiunge che “tra le attività illecite di interesse per i gruppi calabresi è emersa anche quella relativa al settore della gestione dello smaltimento rifiuti, ormai sempre più appetita per la remuneratività e le possibilità collusive”. Per avere un’idea sulle dimensioni di tale business, si noti che il centro studi Eurispes valuta in 4.703 milioni di EURO il fatturato nazionale annuo della ‘Ndrangheta derivante da appalti pubblici. Per quanto riguarda gli aspetti collusivi, va detto che la recente operazione “Pinocchio”, condotta dal Comando dei Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente e coordinata dalla Procura di Alessandria, ha portato all’arresto di un imprenditore genovese, la cui azienda smaltiva illecitamente rifiuti speciali pericolosi, consistenti in terre e rocce contaminate da idrocarburi, inviandoli ad aziende collegate e operanti nell’alessandrino.

Certo: il presidio di Rivarolo/Certosa, alcune proiezioni statistiche, qualche arresto. Solo singoli fatti o dati induttivi, tessere che ancora non compongono il mosaico di un disegno chiaramente intelleggibile. Eppure qualcosa ci dicono. E quel qualcosa suscita - al tempo - allarme e desiderio di saperne di più.

D’altro canto - come ricostruisce Enzo Ciconte, consulente della Commissione parlamentare antimafia - è “dagli anni sessanta del Novecento che le organizzazioni mafiose hanno avuto un notevole sviluppo muovendosi verso le regioni del centro e del nord Italia”. Fenomeno acceleratosi nel decennio successivo quando (l’analisi è di Rocco Sciarrone, sociologo dell’Università di Torino) “giungono a maturazione ‘condizioni interne alla società settentrionale’ in grado di favorirle. Questi fattori interni sono rintracciabili, da un lato, nell’importanza che assume il traffico degli stupefacenti; dall’altro nell’espansione della sezione finanziaria e speculativa del capitalismo settentrionale, un capitalismo d’avventura che si sviluppa a spese del capitale industriale e produttivo in senso stretto. Questa espansione si verifica in concomitanza con la crescita del capitale accumulato dalle famiglie mafiose meridionali. Gli ingenti profitti derivanti dal traffico di stupefacenti spingono infatti i mafiosi a trovare occasioni di investimento nell’Italia del Nord, dove è possibile avvalersi di quelle competenze tecniche e finanziarie - di cui essi sono sprovvisti - necessarie per valorizzare in tempi brevi la grande quantità di denaro di cui dispongono”. Ma - ancora una vola - il mimetismo adattivo di questi processi, il suo procedere per infiltrazione senza occupazione diretta del territorio, rende difficilissimo costruire un quadro nitido di evidenze. Si muove nel silenzio. Semmai, talvolta, emergono episodi a fontanile: il crack del banchiere milanesizzato, che poi berrà un caffè corretto all’arsenico nel carcere di Voghera... il giovane e spregiudicato costruttore il cui start-up viene finanziato dalla filiale meneghina della Banca di Rasini (sospetta di riciclare capitali “non candidi” ma in cui lavora un diretto congiunto del suddetto imprenditore)... Insomma, permane la sensazione di opacità, squarciata solo parzialmente da lampi di intuizioni giudiziarie che non diventano mai ricostruzione sistemica. La leggenda evocata e mai dimostrata del “Grande Veccho”, la mente strategica che sta dietro ai singoli episodi, diffusa mediaticamente nella metafora de “La Piovra” e contro cui si scagliava proprio Giovanni Falcone negando l’esistenza di “Terzi Livelli”.

Forse è più giusto andare a cercarne le tracce per un paradigma indiziario nelle micropatologie di processi incrementali, di cui possiamo trovare spie anche a Genova. Dove “[le organizzazioni criminali presenti sono] orientate più che ad ottenere un diretto ed immediato controllo del territorio, piuttosto alla conquista di mercati e riferimenti logistico-strategici per la gestione dei traffici illeciti” (relazione della Direzione Nazionale Antimafia sulla Criminalità in Liguria anno 2003). Un territorio - questo - particolarmente importante quale punto di collegamento con i porti del sud e frontaliero rispetto alla Francia, uno dei Paesi del più antico e stabile insediamento della ‘Ndrangheta (Marsiglia, Mentone, Nizza e Tolosa).

Non per niente, Genova è stata il porto di introduzione nel 1994 del maggiore carico di cocaina mai arrivato in Europa dal Sudamerica per conto di cartelli colombiano-siculo-calabresi (5.000 kg.).

Indagini della seconda metà degli anni Novanta confermate da pronunce passate in giudicato, in particolare la sentenza del 19 luglio 2002, hanno stabilito “l’esistenza e l’operatività nel territorio genovese di un sodalizio armato di tipo mafioso, diretta emanazione di Cosa Nostra (e, segnatamente, della famiglia di Caltanisetta facente capo a Giuseppe, ‘Piddu’, Madonia), articolato in ‘decine’ aventi ciascuna relativa autonomia e complessivamente finalizzato alla commissione di omicidi ed al controllo (con metodi di intimidazione e violenza) dei mercati locali degli stupefacenti e del gioco d’azzardo”. Dunque, gli inquirenti hanno appurato che in città operano organizzazioni criminali dedite soprattutto al business dei rifiuti come alle scommesse clandestine (oltre che - ovviamente - alla gestione logistica del flusso degli stupefacenti). Ciò nonostante da tempo, sul fronte del contrasto e della messa in luce delle attività malavitose organizzate, tutto tace. Lo dice con chiarezza Anna Canepa, già giudice della Direzione distrettuale antimafia genovese e ora alla Criminalità Organizzata, evidenziando “l’assenza, allo stato, di iniziative di contrasto coerenti con la prospettazione dell’esistenza di fenomeni di criminalità organizzata e, dunque, con l’esigenza di programmi investigativi tesi ad individuarne e paralizzarne strutture e risorse finanziarie”. Un’assenza di azione investigativa da parte di polizia e carabinieri che dura da qualche anno e può essere spiegata anche con gli effetti devastanti del G-8; dei successivi scontri interni alle forze dell’ordine sulle relative vicende ignominiose di violenze contro inermi e dei sospetti di condiscendenze - come dire? - strumentali con i black-bloc. Certo gioca anche la prevalente attenzione verso i fenomeni di microcriminalità, imposta da una pubblica opinione orientata dalle campagne mediatiche dell’attuale governo, imputabili alle bande etniche generazionali (in particolare ecuadoriane) che - proprio per l’assenza di una reale politica di integrazione - in certe ore del giorno finiscono per rendere a rischio alcuni quartieri cittadini.

Certo è che la questione legalità civica non risulta essere all’ordine del giorno della politica locale. Ciò facilita il riposizionamento delle famiglie mafiose dal mimetismo ad una sorta di tacita legittimazione. Al riguardo, il sito degli ambientalisti genovesi documenta fotograficamente le ottime relazioni tra la famiglia calabrese dei Mamone, molto presente nel settore del riciclo rifiuti, ed esponenti dei partiti locali: alla cerimonia inaugurale di nuove attività della ditta Eco-Ge dei Mamone, brindavano con loro Romolo Benvenuto, responsabile nazionale ambiente della Margherita, e l’avvocato Massimo Casagrande, consigliere comunale DS, (oltre che legale della suddetta famiglia).

Per concludere, un auspicabile approfondimento del “caso genovese” sotto il profilo del controllo democratico dell’ordine pubblico nelle dinamiche divergenti tra centro e periferie, ci consentirebbe di leggere meglio un fenomeno tipico dell’epoca attuale: la cosiddetta “gentrificazione” urbana, la differenziazione delle zone secondo dislivelli economici e sociali che diventano sbarramenti reali; nel caso in questione, accentuata dalla natura intrinsecamente oligarchica della millenaria ideologia genovese. Del resto Luciano Cavalli già trent’anni fa parlava di “città divisa”. Oggi lo è sempre di più. Non solo per composizione sociale, quanto per le logiche di allocazione delle risorse che si traducono nello splendore del centro cittadino, beneficiato da decenni di finanziamenti pubblici (Colombiane, Mondiali di Calcio, G8, 2004 capitale europea della cultura), a fronte di aree periferiche sempre più degradate socialmente dalla marginalità economica. E in questo degrado del tessuto civile ora la malavita organizzata trova l’opportunità di un più diretto radicamento, anche fuoriuscendo dal precedente mimetismo adattivo; come denunciano i vecchi operai di Rivarolo/Cerosa col loro silenzioso presidio.

D’altro canto, lo studio del formarsi di gerarchie nello spazio urbano in età di globalizzazione ci dice che il presumibile esito complessivo del processo è la trasformazione dei confini reali e virtuali in vere e proprie barriere presidiate militarmente, tanto per i quartieri abitati dalla gentry come per quelli del disagio e delle nuove povertà. Un paesaggio da “Fuga da New York” per cui, già dieci anni fa, Lester Thurow del MIT poteva scrivere che “oggi le comunità murate, blindate e sorvegliate sono di nuovo in ascesa. Se si considerano tutti i condomìni protetti da vigilanza privata, sono 28 milioni gli americani che vivono in comunità di questo tipo, e si prevede che il loro numero raddoppi nel prossimo decennio”. Appunto.

Dunque, una questione eminentemente politica; di democrazia civica.

Lo dice apertamente una persona come Anna Canepa, che quotidianamente fa monitoraggio sul territorio genovese: “si deve con forza auspicare una rinascita civile perché il senso di illegalità diffusa, di malcostume che si respira intorno a noi è il brodo di coltura in cui crescono ed attecchiscono la criminalità e la mafia”.






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