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ESTRATTI DAGLI ATTI DEL PARLAMENTO ITALIANO
Interrogazioni - Audizioni - Relazioni Comm. d'Inchiesta

sommario
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Interpellanza al Ministro dell’Interno - 18 luglio 2006
- Interrogazione Camera dei Deputati – 8 ottobre 2003
- Commissione Parl. d’inchiesta sull’omicidio di I.Alpi e M.Hrovatin
- Commissione Parl. d’Inchiesta sui rifiuti – 15.02.2006
- Commissione Parl. d’Inchiesta sui rifiuti – 28.03.2001

Per approfondire la conoscenza sui reati ambientali e le mafie
leggere in particolare le Relazioni nella sezione documenti - clicca qui


Seduta n. 27 del 18/7/2006
Interpellanza
al Ministro dell’Interno
Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere - premesso che:
da diversi anni è emersa sulla stampa e all'attenzione dell'opinione pubblica la gestione del porto turistico di Lavagna, con tutti i suoi problemi legati ad una situazione di irregolarità amministrative, di contestazioni e rischi di carattere ambientale, di contenzioso connesso a varie questioni;
il 21 settembre del 2004 durante la messa in sicurezza dell'approdo turistico del porto di Lavagna, il Noe (Nucleo Operativo Ecologico), reparto speciale dei Carabinieri, scoprì che il porto veniva usato come punto di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali e fanghi derivati dalla lavorazione dell'ardesia, e dopo aver accertato che una parte dei lavori sulla diga foranea (pari a 45 mila metri quadrati) erano stati realizzati con 1.700 tonnellate di fanghi di risulta della lavorazione dell'ardesia, classificati dal Decreto Ronchi rifiuti speciali, effettuò il parziale sequestro della diga foranea del porto;
pochi giorni dopo il Gip incaricato dispose il dissequestro dell'area;
nel giugno 2005 dagli organi di stampa si è saputo che le indagini erano concluse e che il sostituto procuratore della Repubblica di Chiavari attendeva da parte dei tredici indagati, chiarimenti sulle rispettive responsabilità, con memorie scritte o interrogatori, prima di richiedere il rinvio a giudizio. Tra gli indagati figurava anche Jack Roc Mazreku, amministratore delegato della Porto di Lavagna Spa, gestore dell'omonimo porto turistico;
durante la XIV Legislatura, l'onorevole Edouard Ballaman attraverso tre interrogazioni, ha chiesto chiarimenti al Governo su quanto divulgato da organi di informazione riguardo ad irregolarità commesse sui beni demaniali del porto turistico di Lavagna, e sulla persona di Mazreku, senza però aver ricevuto risposta;
in particolare nell'interrogazione n. 4-07645 dell'8/10/2003, si fa riferimento ad un articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica del 12 giugno 2003, nella cronaca di Genova, dove si sostiene quanto di seguito:
che le Procure di Chiavari, Roma e Milano, leggendo il rapporto consegnato dalla Guardia di Finanza, hanno scoperto che il Porto di Lavagna era da 25 anni «in fase di costruzione» e, in assenza di concessioni, licenze e autorizzazioni, non risultava sulle mappe catastali del Demanio Marittimo;
che in seguito alle denunce di decine di diportisti, la Guardia di Finanza ha cominciato ad indagare su la «Porto di Lavagna Spa», che dopo il fallimento della «Cala dei Genovesi Spa» subentrava nella concessione demaniale;
che la «Porto di Lavagna Spa» avrebbe stipulato contratti con improvvidi acquirenti per spazi a titolo definitivo, mentre essendo questi spazi proprietà del Demanio, e il posto-barca un bene demaniale, secondo il Nucleo regionale di Polizia Tributaria, nei contratti di locazione della nuova gestione veniva concepito come diritto reale di superficie;
che alla «Porto di Lavagna» dichiararono di aver ricevuto pareri favorevoli da parte del Ministro della Marina Mercantile (nonostante risulti che l'ufficio legislativo si fosse espresso negativamente);
che la Guardia di Finanza ha scoperto che i moli e le opere a terra del porto turistico di Lavagna non sono mai state registrate sul catasto del Demanio marittimo e per questa ragione ne è stato chiesto il sequestro preventivo;
che il Nucleo Regionale di Polizia Tributaria ha portato alla luce una maxi evasione fiscale e una presunta truffa fiscale. La prima dovuta al fatto che la società che fa capo a Mazreku non ha dichiarato alle tasse quanto effettivamente ha incassato dai diportisti, ma soltanto quello incassato come locazione tradizionale. La seconda contestazione alla «Porto di Lavagna Spa» deriva dall'aver incassato una determinata somma a seguito di vendite (e non locazioni) di superfici non di sua proprietà, che mancano di autorizzazioni e ancora non risultanti sulle mappe catastali del Demanio -:
di quali informazioni e aggiornamenti disponga il Governo riguardo alle vicende riferite in premessa, e quali siano i provvedimenti adottati finora per la tutela della proprietà demaniale del Porto di Lavagna.
(2-00071) «Camillo Piazza».


Interrogazione Camera dei Deputati – 8 ottobre 2003
BALLAMAN. — Al Ministro della giustizia.
Per sapere –
premesso che: sul quotidiano La Repubblica del 12 giugno 2003, nella cronaca di Genova, viene riportato un articolo con il seguente titolo: « Lavagna: sequestrate il porto – Tre Procure accusano: i moli sono senza concessione »;
nel suddetto articolo si afferma testualmente: « Lavagna – Con i suoi milleseicento posti barca, il molo foraneo e quello sottoflutto, i suoi pontili e le due piccole darsene, il porto turistico di Lavagna non esiste. E` il piu` grande di tutto il Mediterraneo, ma per lo Stato italiano non c’e`, non ancora. Piu` esattamente: “e` in  fase di costruzione”, come precisa la Capitaneria di Porto. Una fase che dura da 25 anni, un quarto di secolo trascorso senza che l’operazione sia mai comparsa sulle mappe catastali del Demanio Marittimo, e in assenza d’una pioggia di concessioni, licenze, autorizzazioni. Lo hanno scoperto alle Procure di Chiavari, Roma e Milano, leggendo il voluminoso rapporto consegnato dalla Guardia di Finanza. Che ha cominciato facendo le pulci ai piu` recenti gestori della struttura, denunciati da decine di diportisti, e finendo per sollevare il coperchio d’un calderone dove ribollono miliardarie frodi fiscali, truffe, fantasmi di riciclaggio, minacce e pressioni.

Nel mirino degli investigatori c’e` soprattutto – ma non solo – la Porto Lavagna spa, che dopo il fallimento della Cala dei Genovesi ha vinto la concorrenza della cordata ligure ed ha preso in mano la struttura. Un intervento gestito da un imprenditore americano di origine albanese kosovara, Roc Jack Mazreku, 71 anni e una modesta dichiarazione dei redditi risalente al 1992-1993. Abbronzato, elegante, energico, un paio d’anni fa Mazreku mise sul piatto della bilancia 56 miliardi frutto di un clamoroso finanziamento garantito da una semplice lettera del direttore della banca, che invitava a fidarsi dell’uomo perche´ lo conosceva personalmente ... Il punto e` che la spa avrebbe venduto il mare, per dirla in due parole: avrebbe cioe` offerto e piazzato a titolo definitivo spazi che in realta` sono appunto di proprieta` del Demanio. Perche´ il postobarca e` un bene demaniale, mentre secondo il Nucleo regionale di Polizia Tributaria, nei contratti di locazione della nuova gestione veniva concepito come diritto di superficie. Alla Porto Lavagna replicano sdegnati che le cose sono assolutamente in regola, e citano i pareri favorevoli di funzionari del Ministro della Marina Mercantile, dimenticando che l’ufficio legislativo dello stesso ministero si era espresso con un parere completamente diverso. Ma non e` solo questo, il punto.

Nel guazzabuglio di contratti, diritti e fantomatici permessi, la societa` che faceva capo a Mazreku si sarebbe dimenticata di dichiarare alle tasse quanto effettivamente incassato dai diportisti: avrebbe preso cioe` una determinata somma – vendendosi un diritto non suo, insistono le Fiamme Gialle – ma di fatto ne avrebbe fatta risultare un’altra, quella appunto della tradizionale locazione. In tutto fa 32 miliardi di lire in nero. Sui verbali si scrive “frode fiscale”.

Ed e` questa l’ipotesi formulata dagli investigatori, insieme a quella di truffa aggravata.

Qualcuno avrebbe convinto i proprietari dei posti barca ad accettare quelle condizioni con ogni mezzo a disposizione, lecito o meno che fosse. La somma e` presto fatta: violazioni fiscali piu` mancanza di autorizzazioni piu` mancato accatastamento piu` truffa piu` frode, uguale sequestro preventivo. Confischiamo il porto che non c’e`, o meglio che non dovrebbe esserci, chiedono gli inquirenti.

La risposta delle Procure non si fara` attendere: non tanto quella di Chiavari, dove il procuratore Luigi Carli conferma le inchieste ma confessa l’incompetenza su certi temi, quanto quella di Roma legata alle questioni ministeriali e catastali, e soprattutto la Procura milanese, specializzata nelle materie fiscali e di bilancio. Le sorprese stanno per arrivare »;

il 13 giugno 2003 viene pubblicato un altro articolo su « La Repubblica – Il lavoro – Genova » – recante il seguente titolo: « Lavagna, lo scandalo della Cala indagati eccellenti nel porticciolo – Coinvolti un ex procuratore capo, un alto funzionario del ministero e un uomo d’affari »;

il suddetto articolo enunciava altresı`: « Un Ex procuratore capo della repubblica accusato di aver frodato il fisco per 16 milioni di euro; uno dei piu` alti funzionari del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, sospettato di aver stravolto regolamenti e legislazione per favorire una societa` , quella dell’uomo d’affari con contatti internazionali e banchieri pronti ad aprirgli linee di credito miliardarie.

Sono i tre indagati eccellenti nelle inchieste sul porto turistico di Lavagna. I 1.600 posti barca sono al centro di una contesa tra due societa` che reclamano il diritto a gestirne la concessione; la finanza ha scoperto che i moli e le opere a terra non sono mai state registrate sul catasto del Demanio marittimo e per questa ragione ne e` stato chiesto il sequestro preventivo;
e infine gli accertamenti del Nucleo Regionale di Polizia Tributaria hanno portato alla luce due filoni che procedono paralleli, ma spesso si sovrappongono; e che ipotizzano una maxi evasione fiscale e una presunta truffa »;

da circa due anni e` emersa sulla stampa e all’attenzione della pubblica opinione la gestione del porto turistico di Lavagna, con tutti i suoi problemi legati ad una situazione di disordine amministrativo, di contestazioni di tipo ambientalistico, di contenzioso connesso a varie questioni;
tuttavia l’inchiesta giudiziaria ha avuto inizio solo quest’anno –:
se non ritenga opportuno avere maggiori informazioni sui fatti narrati in premessa anche, eventualmente, servendosi dell’Ispettorato Generale. (4-07645)



Commissione Parlamentare d’inchiesta
sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Seduta del 18/1/2005 - Esame testimoniale di Francesco Neri

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale di Francesco Neri, sostituto procuratore generale presso la procura generale di Reggio Calabria, che viene ascoltato - e in questo senso lo rendiamo edotto - con le forme della testimonianza e, quindi, con le conseguenze che nessuno meglio di lui potrà conoscere.
La prego di declinare le sue generalità.

FRANCESCO NERI. Sono Francesco Neri, nato a Savelli, in provincia di Crotone, il 30 maggio 1957, magistrato, in atto sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Reggio Calabria.

PRESIDENTE. Abbiamo appreso dal dottor Greco, suo collega presso la procura di Paola, che presso la procura della Repubblica ove prestava servizio in precedenza era stato assegnatario di un'inchiesta che il dottor Greco ha qualificato «inchiesta madre», dalla quale poi si sono sganciati alcuni passaggi che sono divenuti l'inchiesta che oggi si svolge a Paola sulla nave Jolly Rosso, sulla quale il dottor Greco ci ha dato alcune indicazioni, ma per la verità per molta parte riportandoci alle sue conoscenze perché possibilmente più attinenti ai fatti che ci interessano.
Noi abbiamo letto alcuni resoconti di stampa in questi ultimi tempi, da luglio ad oggi, per la verità più calibrati sulla Jolly Rosso che su altre cose, dai quali abbiamo tratto l'esigenza di ascoltarla poiché le si attribuiva, non so se correttamente o meno, una determinata convinzione, tant'è che il settimanale l'Espresso della settimana scorsa ha dedicato la copertina ad Ilaria Alpi e, senza nemmeno un punto interrogativo, ha indicato la Jolly Rosso come la causa dell'uccisione di Ilaria Alpi. È chiaro il nostro interesse, ma è anche chiara l'esigenza di fare assolutamente precisione su questi problemi.
La vorrei pregare, a nome della Commissione, di dirci in che cosa consisteva questa inchiesta madre della quale ha parlato il dottor Greco, quali sono stati i settori dell'inchiesta che sono transitati verso la procura di Paola e se, a suo avviso - in base agli atti, ovviamente -, nell'una e nell'altra inchiesta possano essere ravvisati concreti elementi di utilità per la nostra indagine, che riguarda l'uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin del 20 marzo 1994.

FRANCESCO NERI. Presidente, all'epoca questa indagine nasce da un esposto di Legambiente del 2 marzo 1994, che denuncia alla procura circondariale la possibilità che in Aspromonte siano stati interrati rifiuti tossici e radioattivi portati attraverso navi e con mezzi gommati portati in Aspromonte.
L'indagine, ovviamente a carico di ignoti, parte con una perizia che faccio con l'Istituto geografico militare per verificare, in primo luogo, se il territorio era adatto ad un simile smaltimento. La risposta fu affermativa, perché c'erano porti incontrollati ed una situazione geologica favorevole perché la nostra regione è molto carsica e, quindi, ha molte grotte. L'IGM, l'Istituto geografico militare, non ha le mappe carsiche della Calabria, sconosce il sottosuolo della Calabria. Quindi, la situazione era allarmante, anche perché avevamo registrato che molti speleologi erano stati allontanati da alcune zone dell'Aspromonte, minacciati con mitra, ed abbiamo sentito anche queste persone in un'altra parte delle indagini.
Questo era l'aspetto terrestre. Abbiamo poi fatto delle rilevazioni con uno strumento della Guardia di finanzia, con gli aerei, ed abbiamo individuato qualcosa come seicento siti sospetti dove c'erano stati movimenti di terra anomali: non erano costruzioni, non erano siti agricoli o archeologici. Tuttavia, l'operazione si bloccò perché i fondi che occorrevano per fare ricerche di questo tipo e poi gli eventuali risanamenti dei siti sarebbero stati enormi.
Mi collegai allora con la procura di Savona, che mi diede delle indicazioni su Fameli, uomo dei Piromalli, che gestiva delle discariche in Liguria. Da questo arrivammo al Corpo forestale di Brescia, allora retto dal colonnello Martini, che penso fosse il centro di intelligence più importante in Italia a livello di traffici di rifiuti radioattivi. Poi non so che fine fece questo centro, forse fu smantellato, inopportunamente - mi scusi - perché il colonnello Martini era una persona troppo competente. Ci fornì una notizia importantissima, cioè che era stato fermato a Chiasso, al confine, un tale Elio Ripamonti di cui ho portato il verbale, socio di un tale Comerio, che era andato presso uno studio svizzero di tali Forni e Campana per pubblicizzare un tipo di smaltimento di rifiuti radioattivi in mare, il dumping con i cosiddetti penetratori, il progetto Dodos.
Il progetto Dodos era finanziato dal Giappone, dall'America, dall'Italia e dalla Francia per riuscire a stoccare e a sistemare i rifiuti radioattivi in mare tramite dei siluri, dei penetratori, su cui ho portato del materiale che consegnerò. Questo progetto impiegò cento milioni di dollari e fu portato a termine, ma da quello che abbiamo appreso a Ispra, Euratom, pare che fu bloccato perché i Governi degli Stati che lo avevano finanziato temevano che la popolazione non avrebbe mai accettato il dumping in mare.
Comunico alla Commissione, che lo saprà sicuramente, che ci sono due convenzioni che vietano il dumping in mare, quella di Bamako e quella di Londra, però da quello che emerge dalle indagini quasi tutti continuano a buttare questi rifiuti in mare, specialmente la Russia ma anche il Giappone e l'America, e pare anche noi.
Comerio, quindi, comincia ad acquistare una certa rilevanza perché il sequestro di questo materiale incuriosì il Corpo forestale, che fece delle informative che trasmise anche a noi. Tra queste informative ci disse anche che di nostro interesse c'era una nave, la Rigel, affondata nel 1987 al largo di Capo Spartivento, che poi era il nucleo centrale di attrazione della mia indagine, come competenza, perché Comerio viveva a Garlasco, a Pavia e, quindi, la competenza sarebbe stata dell'altra procura, mentre invece l'affondamento doloso di questa nave con inabissamento di rifiuti era per noi rilevante.
La Rigel era stata anche al centro di un'indagine della procura di La Spezia, che aveva portato all'arresto di quasi tutti i caricatori e dell'armatore per una truffa alle assicurazioni, perché praticamente queste carrette venivano portate lungo le coste della Calabria ed affondate con carichi falsi, pieni di polvere di marmo.

Questo è importantissimo e ricorrerà nella mia relazione, che deposito: vi do la relazione sul procedimento 2114/94 con cui trasmisi gli atti alla procura della Repubblica, dove c'è la sintesi di tutti gli elementi raccolti fino al giugno 1996 sull'affondamento doloso delle navi. Questo per darvi un quadro della situazione generale.
La Rigel ovviamente era un punto fondamentale. Come si legava a Comerio? Si legava a Comerio perché durante la perquisizione che io feci a Garlasco nel suo studio nel 1995 trovai nella sua agenda del 1987, nello stesso giorno in cui fu affondata la nave, la scritta lost the ship, la nave è persa. Informai l'IMO, l'istituto mondiale oceanografico, che mi disse che l'unica nave nel mondo che era affondata quel giorno era proprio la Rigel. Quindi, lui aveva avuto contezza dell'affondamento della Rigel.
Ho portato tutti gli atti riguardanti la Rigel, che partì da La Spezia diretta a Limassol, che era di un armatore greco, Papanicolau, ed era stata caricata con un carico falso (il marmo c'entrava sempre); i container erano prima caricati con blocchi di cemento 130 che erano stati costruiti, poi però il carico era stato nelle mani di soggetti ignoti - ho le testimonianze dei custodi - e furono arrestati anche i doganieri corrotti con un milione a container, perché praticamente il carico era assolutamente falso e, quindi, ecco il sospetto e la notizia del colonnello Martini, da loro fonti confidenziali, che era stato caricato con del torio, che, come lei sa, viene dalle centrali nucleari.
Questo era l'aspetto delle navi. Alla Rigel poi si aggiunse la Jolly Rosso; all'epoca Jolly Rosso, poi quando si tentò di affondarla aveva cambiato denominazione perché era troppo sospetta, aveva portato i rifiuti di Seveso, c'era stata la sparatoria in Libano. Era già stata attenzionata dalle forze dell'ordine come la nave dei veleni, quindi si cambiò il nome.

PRESIDENTE. Dove andarono i rifiuti di Seveso?

FRANCESCO NERI. Era la diossina.

PRESIDENTE. E dove andarono?

FRANCESCO NERI. Questo è un mistero; credo che sia ancora un mistero. Si tentò di portarli in Libano e so che furono respinti. Mi fermo qua perché non saprei dire altro.

PRESIDENTE. Mi scusi, lei ha fatto riferimento ai rifiuti di Seveso e a qualcos'altro. A cosa?

FRANCESCO NERI. Ai trasporti in Libano. Si tentò di portare in Libano la nave con questi rifiuti e fu respinta. Ma la cosa più importante è che nella perquisizione a Garlasco noi troviamo la documentazione sulla Jolly Rosso.
Ho portato qui con me anche il testo dell'interrogatorio di Comerio, che ammette che la stava acquistando per un ente di Stato iraniano. In effetti, doveva costruire per l'Iran le telemine; era uomo legato ai servizi argentini e costruì le telemine per affondare tre incrociatori della marina britannica, alle Falkland; lui stesso ha ammesso di aver fornito queste telemine all'Argentina. Ovviamente, fu espulso da Malta, in quanto era in casa degli inglesi e praticamente lavorava contro di loro.
Era un uomo che aveva grandi coperture. Invece al Sismi, che informai regolarmente appena scoprimmo che si trattava di telemine, di progetti di affondamento e di rifiuti, rimasero un po' sorpresi: per loro era un soggetto non di grande interesse: lo consideravano un truffatore, un millantatore ma non un soggetto capace di avere questi agganci; agganci che poi risultarono con la Rosso - non parlo più della Jolly Rosso - quando tentò di acquistarla da Messina.
Nell'ultimo viaggio che la Rosso fece da La Spezia (ripeto, non poteva prendere il largo: ci sono le relazioni dei comandanti della capitaneria di porto), doveva arrivare a Malta, prendere un determinato carico - carico elettrico -, per poi ritornare a Malta e ripartire da lì. In effetti, arrivata a Capo Suvero, per le condizioni meteo - che erano effettivamente gravi - la nave fu

abbandonata, però si spiaggiò regolarmente, cioè non era in condizioni di affondare. Debbo precisare, per quel che ho acquisito, che la Rigel per affondare ha impiegato diciotto ore; non è facile affondare una nave: occorre aprire le sentine in un certo modo, vi sono i compartimenti stagni, eccetera. Dunque, la nave si arenò. Vi ho portato anche le dichiarazioni del comandante della capitaneria di porto, Bellantone, che sono la chiave di volta per agganciare la Rosso con gli elementi trovati nella perquisizione a Garlasco: il fatto che la Rosso doveva essere acquistata dal Comerio, ma anche il fatto che Bellantone trovò sulla plancia della nave, appena salito a bordo dopo l'abbandono e lo spiaggiamento, le mappe di affondamento dei penetratori di Comerio.
Ecco come si legano le due navi: l'agenda con l'affondamento della Rigel, le mappe di affondamento della ODM (Oceanic Disposal Management, la holding di Comerio), che riguardavano appunto l'affondamento doloso con i penetratori.
Ecco (Mostra un documento) questi sono i vari tipi di penetratori: è il progetto che Comerio pubblicizzava anche su Internet; questi sono i siluri lunghi 25 metri, che venivano riempiti con i canister contenenti il materiale radioattivo. E queste sono le navi Ro.Ro, come la Rosso, che avevano il portellone anteriore per consentire l'inabissamento del siluro per forza inerziale. Questi sono i canister e questi erano i prezzi per ogni canister che venivano praticati a vari Governi, tra cui Russia, Austria, Svizzera soprattutto, per l'affondamento doloso.
Qual era l'altra particolarità della Rosso? Ve lo dico perché comprendiate tutto il meccanismo. La Rosso si spiaggia, viene abbandonata. Il comandante Bellantone dà l'allarme radioattivo perché i marinai non vogliono salire a bordo. Il piano di carico era falso; è stato accertato dal capitano De Grazia, che è morto (non si sa come, è morto improvvisamente: stava andando a Marina di Massa a prendere i piani di affondamento di circa 180 navi partite da lì). Quando tornammo a prendere queste carte, la capitaneria si era allagata e le carte non c'erano più.

PRESIDENTE. Su questi punti sui quali lei esprime delle valutazioni...

FRANCESCO NERI. Le confermo.

PRESIDENTE. ...avete fatto degli accertamenti?

FRANCESCO NERI. Sì. Tutto è dimostrato, con testimonianze.

PRESIDENTE. Anche l'incomprensibilità degli episodi a cui lei ha fatto riferimento?

FRANCESCO NERI. Certo, certo. È tutto testimoniato, è accertato. Non mi sarei permesso, diversamente. Ho portato le carte proprio per questo.
Questo, quindi, è lo scenario generale. Andiamo alla Somalia. Nelle perquisizioni troviamo 31 carpette, ognuna intestata ad uno Stato, dove il Comerio aveva contattato diplomazia (sono stati anche sentiti diplomatici che hanno confermato questi rapporti), e questa è l'informativa del NOE dove si parla di tutti i rapporti con la Repubblica di Capo Verde, lo Zaire, il Congo, la Sierra Leone, lo Zambia ed anche la Somalia, ovviamente. Questi sono i siti di affondamento per i quali Comerio dichiara di aver ottenuto l'autorizzazione...

PRESIDENTE. Tra questi, c'è anche la Somalia.

FRANCESCO NERI. C'è la Somalia. A luglio 1989, era già operativo per l'affondamento di rifiuti radioattivi, aveva già ottenuto quest'autorizzazione.

PRESIDENTE. Lo ha detto lui o lo avete accertato voi?

FRANCESCO NERI. Lo abbiamo accertato su Internet. C'è il sito - potete controllarlo anche adesso - dove dichiara di avere questi siti a disposizione.

PRESIDENTE. Ecco, lo dichiara.

FRANCESCO NERI. Sì, lo ammette. C'è anche l'interrogatorio.

PRESIDENTE. Oddio, l'ammettere potrebbe anche essere conveniente.

FRANCESCO NERI. Certo. Io sto dicendo quello che risulta. Poi, le considerazioni le fate voi. Dunque, che cosa succede? Nella perquisizione trovammo queste due carpette: e la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia.

ELETTRA DEIANA. Dove, in una cartella?

FRANCESCO NERI. Nella cartellina che riguardava la Somalia.

ELETTRA DEIANA. In casa di Comerio?

FRANCESCO NERI. Sì, in casa di Comerio. Peraltro, ho portato la perizia con tutti i documenti che furono trovati in queste carpette, tra cui anche quella per la Somalia, dove ci sono i fax che Comerio inviava ad Ali Mahdi e al suo plenipotenziario.

PRESIDENTE. Sono qui, questi fax?

FRANCESCO NERI. Sì, certo, la traduzione dei fax.

PRESIDENTE. I quali fax, per quel che abbiamo appreso, hanno tutti una data che parte dal settembre 1994.

FRANCESCO NERI. No, da giugno.

PRESIDENTE. Prendiamo atto, allora, che partono da giugno.

FRANCESCO NERI. Presidente, lo possiamo verificare. Ecco, questo è inviato ad Ali Mahdi il 10 ottobre 1994, quest'altro il 17 giugno...

PRESIDENTE. Del 1994?

FRANCESCO NERI. Sì, del 1994. L'omicidio avviene a marzo.

PRESIDENTE. Sempre ad Ali Mahdi?

FRANCESCO NERI. No, ad Abdullahi Ahmed Afrah, che era il suo plenipotenziario

PRESIDENTE. Rispetto alle epoche precedenti all'uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuta il 20 marzo 1994, che evidenze avete individuato?

FRANCESCO NERI. Le evidenze erano le segnalazioni che i rappresentanti dell'ONU facevano in ordine all'inabissamento davanti all'isola di Tohin...

ELETTRA DEIANA. A nord della Somalia?

FRANCESCO NERI. Sì, proprio nella zona di Ali Mahdi...

ELETTRA DEIANA. A Bosaso...

FRANCESCO NERI. Sì, di Bosaso.

PRESIDENTE. Un attimo. La zona di Ali Mahdi non è Bosaso, bensì Mogadiscio.

FRANCESCO NERI. Io sto parlando di Bosaso.

PRESIDENTE. Esatto, stiamo parlando di Bosaso. Andiamo con ordine, colleghi, poi avrete modo di fare le domande che ritenete.
Dunque, i contatti con chi li aveva?

FRANCESCO NERI. I contatti li aveva con Ali Mahdi.

PRESIDENTE. E gli inabissamenti che zona riguardano?

FRANCESCO NERI. Le segnalazioni degli inabissamenti riguardano Bosaso, la zona di Tohin.

PRESIDENTE. I fax ai quali lei ha fatto riferimento, diretti ad Ali Mahdi, riguardano Bosaso?

FRANCESCO NERI. Riguardano zone di affondamento, in generale. Lo dice il fax. Il sistema di affondamento con due navi, segnalato dall'ONU, era per mezzo non dei penetratori - attenzione, questo un pochino mi insospettì - ma era per mezzo dei cosiddetti container piombati. Era l'altro sistema dell'ODM, che consiste nell'inserire nei container i fusti con rifiuti tossici o radioattivi, scavare e buttarli dentro le fosse, nel mare.
Inoltre, la stampa parlava anche di tangenti; e qui si parla di pagare i neri e i neri-bianchi per ottenere questi siti, era un progetto di corruzione, evidentemente. La franchigia per Ali Mahdi era di 10 mila marchi a penetratore, scrive lui, con un introito annuo - risulta documentalmente - di 5 milioni di marchi. Questo era l'affare che consentiva a Comerio di operare.

PRESIDENTE. Che tipo di approfondimento avete fatto su questo tema?

FRANCESCO NERI. Per quanto riguarda questo tema, mandai le carte al dottor Pititto, in quanto era lui ad occuparsene.

PRESIDENTE. A Roma?

FRANCESCO NERI. Sì, a Roma, però non ho saputo niente.

PRESIDENTE. Allora, riepiloghiamo. Innanzitutto, c'è la relazione dei carabinieri da cui risulta la sintesi dei possibili contatti con ciascuno dei paesi del terzo mondo...

FRANCESCO NERI. Sì, soprattutto del terzo mondo.

PRESIDENTE. ... e tra questi paesi risulta la Somalia. Successivamente, accertate che esistono fax diretti ad Ali Mahdi o a personalità a lui vicine, datati intorno al 1994, che è epoca di nostro interesse. Infine, trovate il certificato di morte di Ilaria Alpi all'interno della famosa carpetta gialla. Poi?

FRANCESCO NERI. Facciamo altro. Io vado a Brescia e mi metto in contatto con il collega Chiappani che aveva arrestato Aldo Anghessa, il quale con un telegramma mi chiedeva di essere sentito già quando investigavo sulla massoneria deviata e voleva essere sentito anche sui rifiuti. Io vado e lo interrogo - ho portato qui il verbale - e mi disegna (è sempre da prendere con le pinze) una lobby internazionale che gestiva i rifiuti, chiamando in causa sempre Forni e Campana, ma non chiamando Comerio. Perché? Perché - come capii dalle carte - Anghessa, praticamente, era un messaggero di Convalexius; Convalexius era il ministro della sanità austriaco, che si era incontrato in Austria per il famoso progetto Mochovce, cioè la costruzione in Slovacchia della più grande centrale nucleare, in cambio - da parte dell'Unione europea - dello smaltimento dei rifiuti del deposito di Bratislava, che è il più grande e il più pericoloso del mondo. Ho portato anche i fax...

PRESIDENTE. Mi scusi, ma stavamo individuando i dati di nostro interesse. Perché è importante questo accertamento?

FRANCESCO NERI. Perché mi portò ad acquisire atti sulla cooperazione con la Somalia. C'è un contatto di Viccica, un socio di Comerio, che era legato ad un tale il cui nome ora mi sfugge, che aveva fornito le navi per la cooperazione. È la società...

PRESIDENTE. Shifco?

FRANCESCO NERI. No, non la Shifco. Quella è la società che le ha gestite. Io, invece, mi riferisco a chi le ha costruite.

ELETTRA DEIANA. La SEC?

FRANCESCO NERI. Sì, la SEC. Ecco, quindi, che il Comerio, tramite il Viccica - ho portato i verbali che lo confermano - ci portava a questo punto. Però, ripeto, eravamo ancora all'oscuro. Io non stavo investigando sull'omicidio di Ilaria Alpi, bensì sul traffico di rifiuti. Dunque, c'era un filone che portava da soci di Comerio, della sua holding, alla cooperazione e alla famosa nave che fu sequestrata, al peschereccio della Shifco.

PRESIDENTE. In che senso, la traccia portava a quella famosa nave?

FRANCESCO NERI. Perché, stranamente, questo Viccica aveva commissionato - mi sembra per 14 miliardi - l'acquisto di questa nave.

PRESIDENTE. La nave della Shifco?

FRANCESCO NERI. La costruzione di queste navi per la Shifco.

PRESIDENTE. Viccica era un uomo di Comerio?

FRANCESCO NERI. Sì. Ho qui la relazione del 20 agosto 1996: «Viccica era interessato a molteplici attività, compravendita di navi, opere d'arte, eccetera».

PRESIDENTE. C'entra anche Pagliericcio?

FRANCESCO NERI. Anche Pagliericcio. Pagliericcio aveva legami con Mosca. Era trafficante di armi e aveva venduto ad Ali Mahdi 2 milioni, mi pare, di proiettili di kalashnikov. Doveva vendere dei Leopard. Si intravedeva questo scambio tra armi e rifiuti. Pagliericcio era anche socio del Comerio e lo ammette. Ho portato il verbale di interrogatorio.

PRESIDENTE. Esatto, era socio di Comerio. Viccica era anch'esso socio di Comerio e - mi spieghi bene questa cosa - lo troviamo in collegamento con il fabbricante delle navi Shifco?

FRANCESCO NERI. Un attimo, le mostro proprio il punto. Ho portato con me l'informativa del 20 agosto 1996 del nucleo operativo dei carabinieri. Leggo sinteticamente: «Dall'esame della documentazione sequestrata presso l'abitazione di Comerio e presso quella romana di Viccica, nonché dall'esito degli accertamenti svolti, è emerso che Viccica Gerardo, alias Dino, nato a Naro il 2 dicembre 1937, residente a Catania (...) risulta avere precedenti penali per emissione di assegni a vuoto, appropriazione indebita, insolvenza fraudolenta. Lo stesso non risulta avere in Roma» eccetera «titolare della società cooperativa Supermarina di Catania, operante nel settore del trasporto mercantile, in data» eccetera «aveva stipulato un contratto con la società SEC» - io lo perquisisco perché è un socio di Comerio - «Società Esercizio Cantieri Spa di Viareggio, affinché quest'ultima costruisse due navi alla propria società per un importo di 14 miliardi di lire»...

PRESIDENTE. E queste sono le Shifco.

FRANCESCO NERI. «Allo stato non si è a conoscenza» eccetera. «Per quanto di interesse, Renzo Pozzo, amministratore della SEC, secondo fonti giornalistiche risulterebbe essere stato arrestato per corruzione nell'ambito della cooperazione in Somalia su cui indagava la giornalista Ilaria Alpi, poi uccisa in territorio africano unitamente al suo collega. In pratica la SEC avrebbe fornito, in tale cooperazione, alcune navi definite bagnarole» - era una truffa...

PRESIDENTE. Quindi, non erano le Shifco.

FRANCESCO NERI. No. La Shifco è un'altra cosa. La Shifco, poi, ha gestito le navi costruite dalla cooperazione.

ELETTRA DEIANA. Ma non sono queste, però.

FRANCESCO NERI. Questo non lo so.

ELETTRA DEIANA. Le navi della Shifco furono finanziate dall'Italia, dal Governo.

PRESIDENTE. Vediamo. Leggo dal documento: «...aveva stipulato un contratto con la società SEC affinché quest'ultima costruisse due navi alla propria società per un importo di 14 miliardi di lire. Allo stato non si è a conoscenza se la commessa ha avuto buon fine».

FRANCESCO NERI. Noi non avevamo elementi per dirlo. C'era solo questo collegamento con Viccica per l'acquisto di navi con la SEC, la quale era coinvolta...

PRESIDENTE. Sì, ma non è detto che sia coinvolta nella fabbricazione delle navi di nostro interesse.

FRANCESCO NERI. La SEC sì, sicuramente.

PRESIDENTE. E quali?

FRANCESCO NERI. Ha costruito le navi della Shifco, la SEC, su questo non ho dubbi. Voi dovete collegare Viccica, socio di Comerio, gli affondamenti della Somalia e questa coincidenza.

PRESIDENTE. Ho capito, c'è questa presenza.

FRANCESCO NERI. Non è che ho trovato il contratto di appalto delle navi, ma c'è questa coincidenza, ovvero che Viccica a sua volta aveva lavorato con quelli della SEC.

PRESIDENTE. D'accordo. Leggo: «Per quanto di interesse, Renzo Pozzo, amministratore della SEC, secondo fonti giornalistiche risulterebbe essere stato arrestato per corruzione nell'ambito della cooperazione italiana in Somalia, su cui indagava la giornalista Alpi». La notizia giornalistica quale sarebbe?

FRANCESCO NERI. Che Ilaria Alpi indagava sulla cooperazione, penso io.

PRESIDENTE. Va bene, questo è un altro discorso.
Quindi, in presenza di tutti questi elementi, lei manda tutto a Roma, esatto?

FRANCESCO NERI. Sì.

PRESIDENTE. Siamo nel 1996 e l'indagine era tenuta, come lei ricorda, dal dottor Pititto. E non ne ha saputo più niente, dunque, si è fermato qui. Lei ha fatto altro?

FRANCESCO NERI. No, perché io nel 1996 trasmetto gli atti alla procura della Repubblica di Reggio Calabria. Io lascio l'indagine nel giugno 1996.

PRESIDENTE. A giugno 1996 manda tutto a Pititto?

FRANCESCO NERI. Quella parte, la parte che riguardava la Somalia, però non ho saputo più niente. Come ho mandato anche a Priore, per la strage di Ustica.

PRESIDENTE. La parola all'onorevole Deiana.

ELETTRA DEIANA. Grazie, presidente.
Signor procuratore, ci sono stati accertamenti presso questo Comerio sul perché avesse, nella sua cartellina, il certificato di morte di Ilaria Alpi?

FRANCESCO NERI. No.

ELETTRA DEIANA. Nessuno glielo ha chiesto?

FRANCESCO NERI. No, perché ce ne siamo accorti dopo. Le informative arrivavano man mano che le forze investigative riuscivano ad aprire i plichi, i documenti sequestrati, e a svilupparne il contenuto.

Tant'è vero che l'informativa sulla Somalia - la perquisizione avvenne nel 1995 - è datata 1996, se ricordo bene: man mano che gli investigatori ne venivano a conoscenza (perché il materiale cartaceo era enorme, bisognava tradurlo, in quanto non è che tutti conoscessero l'inglese), acquisivamo queste fonti e, ovviamente, trasmettevamo a chi di competenza.

ELETTRA DEIANA. Ha con sé la copia del certificato di morte?

FRANCESCO NERI. No, non l'ho potuto prendere non perché non sia stato autorizzato, ma siccome è tutto sigillato, in procura, avrei dovuto aprire e non ho avuto neanche il tempo, a dire la verità. Avrei dovuto aprire tutto. Comunque, voi potete benissimo richiederlo.

ELETTRA DEIANA. Può darci qualche notizia sulla presenza fisica di Comerio e di suoi emissari nel periodo che ci interessa? Avete fatto accertamenti?

FRANCESCO NERI. Dove, in Somalia?

ELETTRA DEIANA. Sì.

FRANCESCO NERI. Abbiamo solo prove documentali: quei fax spediti a quel plenipotenziario...

ELETTRA DEIANA. Lei ha detto, prima, che avevate segnalazioni delle Nazioni Unite circa gli affondamenti delle navi. E invece, segnalazioni della presenza di questo personaggio?

FRANCESCO NERI. Erano segnalazioni che ci fornì Greenpeace, il dottor Roberto Ferrigno, di cui ho portato le dichiarazioni.

PRESIDENTE. Un attimo, vorrei capire. Giustamente, lei ha detto: «Io mi baso sui documenti». E i documenti dicono le cose che abbiamo visto, ma non dicono nulla per quanto riguarda l'epoca antecedente l'uccisione di Ilaria e Miran. Non c'è nulla.

FRANCESCO NERI. Ma lui afferma che era operativo già dal 1989.

PRESIDENTE. Nelle sue dichiarazioni, che lei sappia, fa qualche affermazione sui suoi rapporti con la Somalia?

FRANCESCO NERI. Sì. Ora gliele leggo.

PRESIDENTE. Noi ci permettiamo di individuare questi punti, perché possono essere fonti di richiesta di ulteriori approfondimenti.

FRANCESCO NERI. «Con riferimento alla perquisizione subita, è chiaro che il progetto ODM è un progetto finanziato dalla CEE che io ho proposto sul mercato in maniera trasparente, propagandandolo a livello di vari Governi, per lo smaltimento di rifiuti radioattivi in mare, previa autorizzazione dei Governi proprietari dei siti. Mi riporto a tutta la documentazione in vostro possesso, a riprova di quanto da me affermato» - quindi ammette di aver stipulato questi rapporti con le autorità - «e delle mie note, che chiedo che vengano allegate al presente verbale come parte integrante. Faccio presente che ho realizzato in Bruxelles» eccetera «e a reperire sul mercato alcuni soci che hanno acquistato alcune quote azionarie». Si riferisce a Mazreku, Viccica, Pagliericcio e via dicendo.
«Quanto alla Jolly Rosso e ai progetti rinvenuti nelle mie carte, preciso che si trattò di una tentata vendita per conto di un ente di Stato iraniano. Quanto, invece, alla Telemine si trattava di un progetto commissionato dal Governo argentino durante la guerra delle isole Falklands. Anche altri paesi quali Libia, Libano, Iran, Iraq e Taiwan erano interessati all'acquisto di ordigni» eccetera». Per quanto concerne poi Drone, anche questo progetto» - si riferisce a quello dei blocchi, dei container piombati - «è stato realizzato

in Svizzera e si concretò nella collaborazione tecnica scientifica con la Tecsea di Lugano. Quanto alle tentate vendite ai Governi argentini mi riporto», eccetera.
Poi, lui ammette di essersi recato in Sierra Leone, unitamente a Jack Mazreku, per l'inabissamento dei rifiuti. Ammette i rapporti con Convalexius ed è chiaro, in relazione ai fatti, che se ha smaltito in Somalia, si trattava dei rifiuti di Bratislava, in quanto il tempo della conclusione del contratto con il Governo austriaco coincide con l'inabissamento in Somalia.

PRESIDENTE. Mi scusi: dove troviamo gli atti?

FRANCESCO NERI. Il collega Cisterna li ha mandati a Milano. Che cosa è successo? È venuta meno la calamita della competenza - ovvero, la Rigel - perché la nave non fu trovata. Nonostante le ricerche con l'Impresub, non fu trovata. Avevo chiesto già alla NASA di aiutarmi nella ricerca, per cui con determinati satelliti saremmo riusciti a trovare le navi. Invece, il collega - giustamente, anche perché vi erano problemi in termini di soldi - si è rivolto all'ANPA, ma l'ANPA non ha trovato la nave. L'ANPA, però, era un pochino sospetta in questa vicenda. Lei sa - forse qualcuno glielo avrà accennato - i rapporti tra la Nucleco, l'ANPA, Comerio. Voglio dire, è come affidare le pecore al lupo, secondo me.

PRESIDENTE. Comunque, per quanto riguarda Roma, abbiamo tutto.

FRANCESCO NERI. Per quanto riguarda Roma, le carte dovrebbero essere da Pititto. Poi, sicuramente, informative del nucleo operativo sono state mandate a Pavia, per quanto riguarda la perquisizione di Garlasco. C'erano connessioni anche con La Spezia, per Pacini Battaglia, ma questo è un altro capitolo.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda Brescia?

FRANCESCO NERI. Per quanto riguarda Brescia, il collega Chiappani.

PRESIDENTE. Poi vi è La Spezia.

FRANCESCO NERI. Sì, La Spezia. E anche Venezia: al collega Casson furono mandati alcuni atti di sua competenza. Anche lì, vi era la questione legata all'arresto di Tanca, tutte queste situazioni che Anghessa poi ha riassunto nel verbale che vi consegno.
Un altro aspetto inquietante è che, per quanto riguarda la Guinea e la Sierra Leone, il Comerio aveva anche tentato di portare dentro la ODM il premio nobel Rubbia, che è stato sentito: egli ha negato ogni suo coinvolgimento, ammettendo però di aver aiutato Comerio a fare dei calcoli, perché nella Sierra Leone doveva essere costruito un generatore atomico - di quelli progettati da Rubbia - in cambio dei siti di affondamento. Anche per questo, ho portato i verbali.
Quel che traspare è che Comerio, ad un certo punto, è in contatto con tutto il mondo: ha delle chiavi di accesso che difficilmente un cittadino comune - o anche un grande premio nobel - potrebbe avere.

PRESIDENTE. Però, mi par di capire che nessuna di queste autorità alle quali sono stati trasmessi gli atti, abbia fatto niente.

FRANCESCO NERI. Io mi sono spogliato delle indagini, quindi può darsi che il collega...

PRESIDENTE. Mandavate gli originali oppure, ad esempio a Reggio Calabria, possiamo trovare tutto?

FRANCESCO NERI. No, mandavamo sempre le copie.

PRESIDENTE. Quindi, a Reggio Calabria dovremmo trovare tutto.

FRANCESCO NERI. Sì. Io non le ho trovate, però. Ultimamente, quando sono andato a vedere gli atti, non ho trovato le

informative che avrei voluto portare qui. Ho trovato le informative sulla Somalia.

PRESIDENTE. Lei ha archiviato, poi?

FRANCESCO NERI. Non io, il collega Cisterna ha archiviato. Io non ho archiviato. Io ho mandato per competenza, perché si trattava di affondamento doloso e di disastro ambientale, che non erano di mia competenza.

PRESIDENTE. Quindi, teoricamente, a Reggio Calabria dovremmo trovare tutto.

FRANCESCO NERI. Sicuramente, ho visto i pacchi con il materiale di Comerio. Credo che la cosa più importante, per la Commissione, alla luce di tutto, sia acquisire gli atti di sequestro. Infatti, nella carpettina 1831 - è fedele quel che dice il giornalista: l'ho verificato, perché anche nell'informativa che ho portato si fa riferimento al fascicolo 1831, alla carpettina gialla - dovrebbero esserci tutti questi documenti, che io ricordi.
La cosa che ci allarmò fu il certificato di morte: che ci faceva? A che titolo questo soggetto, che magari trafficava in Somalia armi o rifiuti, si era interessato, in epoca successiva - attenzione, non in epoca precedente - alla morte di Ilaria Alpi?

PRESIDENTE. Questo è il problema.

FRANCESCO NERI. È il punto nodale per legare questi fatti all'omicidio di Ilaria Alpi.

PRESIDENTE. Capire se prima di quel giugno 1994 - cui risale quel primo documento che, come logica dovrebbe portare a contatti precedenti - vi siano degli elementi.

FRANCESCO NERI. Non ci giuro, perché non ho i documenti, però vi dovrebbero essere.

PRESIDENTE. Voi, però, non avete scandagliato sotto questo profilo. Sui rapporti di Comerio in epoca antecedente a quella risultante dai documenti voi non avete fatto accertamenti.

FRANCESCO NERI. No. Il NOE, se ricordo, e anche Renato Pente parlarono della Somalia. Mi sembra che fu sentito qualcuno. È questo Convalexius che ammette, dicendosi pronto a parlare. Lui mi scrisse, chiedendo di essere interrogato.

PRESIDENTE. Si riferisce a Convalexius?

FRANCESCO NERI. Sì, Convalexius, perché credo che abbia temuto che io lo arrestassi. Ed essendo un uomo...

PRESIDENTE. Ma qui mi pare che non si arresta proprio nessuno!

FRANCESCO NERI. I reati erano contravvenzionali: chi dovevamo arrestare?

ELETTRA DEIANA. Un sacco di informative, ma poi...

FRANCESCO NERI. Ma certo, signora, perché i reati erano contravvenzionali. Anzi, io ho tentato di superare la soglia dell'effimero mandando gli atti in procura, quanto meno per il traffico di armi, quanto meno per l'affondamento doloso. Però, bisognava trovare la nave. Indubbiamente, bisogna essere realisti.

PRESIDENTE. Comerio è stato sentito in merito al certificato di morte di Ilaria Alpi?

FRANCESCO NERI. No. È stato interrogato prima, subito dopo la perquisizione.

PRESIDENTE. Da chi era stato rilasciato quel certificato?

FRANCESCO NERI. Penso dal comune.

PRESIDENTE. Dal comune di Roma?

FRANCESCO NERI. Ora non ricordo.