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MAFIE E CRIMINALITÀ IN LIGURIA
di Anna Canepa*
tratto integralmente da
MAFIE D’ITALIA NEL NUOVO MILLENNIO: Analisi e Proposte
di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
e Magistratura Democratica in collaborazione con
Narcomafie e Questione Giustizia
I dati conoscitivi su mafia e criminalità in Liguria sono di duplice natura:
giudiziari ed investigativi
Mentre quelli giudiziari offrono certezze, nel senso che si basano su risultati concreti ed in particolare pronunce giudiziarie di condanna, di più difficile lettura, paiono quelli investigativi e per così dire di intelligence.
Il distretto della Corte di Appello di Genova, non conosce la invasività nel tessuto sociale delle organizzazioni criminali come nelle realtà meridionali: migliori condizioni economiche e l’indipendenza caratteriale dei liguri hanno reso il tessuto sociale della Liguria, non particolarmente permeabile a tale tipo di condizionamenti.
Un dato è certo: le organizzazioni criminali presenti sul territorio sono orientate piu’ che ad ottenere un diretto ed immediato controllo del territorio, piuttosto alla conquista di mercati e riferimenti logistico-strategici per la gestione dei traffici illeciti (v. relazione della Direzione Nazionale Antimafia sulla Criminalità in Liguria anno 2003).
Ovviamente, ciò non significa che non possano cogliersi segni allarmanti di processi evolutivi del fenomeno, anzi.
Il territorio per la sua conformazione geografico-economica, infatti, ha attirato ed attira l’interesse di numerose e variegate realtà criminali.
Si possono infatti segnalare:
Infiltrazioni penetranti della mafia siciliana: la sussistenza di Decine mafiose nel capoluogo è infatti riconosciuta da pronunce passate in giudicato.
In particolare la sentenza del Tribunale di Genova del 19 luglio 2002, con la quale, concludendo una lunga e complessa vicenda (proc. c. Agosto Filippo + 85) si è affermata l’esistenza e l’operatività nel territorio genovese di un sodalizio armato di tipo mafioso, diretta emanazione di Cosa Nostra (e, segnatamente, della famiglia di Caltanissetta facente capo a Giuseppe, Piddu, Madonia), articolato in decine aventi ciascuna relativa autonomia e complessivamente finalizzato alla commissione di omicidi ed al controllo (con metodi di intimidazione e violenza) dei mercati locali degli stupefacenti e del gioco d’azzardo.
È stata infatti confermata, attraverso l’obiettivo apprezzamento della convergenza dei plurimi esiti processuali, l’efficacia di un’intensa azione repressiva che, se è valsa a ridurre grandemente la capacità di aggressione di quelle strutture tipicamente mafiose, non ne ha, tuttavia, come confermato dalle più recenti acquisizioni investigative, azzerato le capacità operative, tuttora persistenti nella gestione dei mercati illegali degli stupefacenti e (soprattutto, anzi, per le sue tendenziali connotazioni monopolistiche) del gioco d’azzardo dell’area metropolitana di Genova, anche in ragione della perdurante capacità di manovra degli affiliati rimasti in stato di libertà (relazione DNA 2003).
Forte rischio di infiltrazione criminale legato al radicamento in Liguria di importanti ramificazioni della ‘ndrangheta in stretto legame con le comunità di provenienza: nessuna pronuncia giudiziaria in merito, ma importanti segnali si sono colti da numerose indagini.
Deve infatti segnalarsi che la ‘ndrangheta ha sviluppato una particolare capacità di radicarsi profondamente in ogni territorio di espansione proprio attraverso la riproposizione delle strutture originarie, in maniera tale da riprodurre, anche fuori dei territori di origine, le medesime condizioni di attività e di sviluppo.
In particolare per quello che riguarda la Liguria, in anni recenti, sono stati monitorati numerosi soggetti presenti a Genova e province, tutti di origine calabrese.
È stata così accertata l’esistenza, di almeno quattro locali (unità territoriale minima di riferimento):
- uno operante in Genova;
- un altro attivo nella zona di Levante e più precisamente in Lavagna;
- uno in Ventimiglia (IM) (riferibile per lo più a soggetti operanti nella zona della Piana di Gioia Tauro);
- ed un quarto in Sarzana (SP).
L’assetto delle organizzazioni indagate è risultato abbastanza variegato e sostanzialmente riferibile a varie componenti territoriali di provenienza.
L’aspetto problematico della vicenda, che ha portato a concludere per l’archiviazione del procedimento penale aperto sulla base di quelle indagini, è stato la mancata riferibilità ai gruppi così individuati, di attività illecite esercitate in forma associata e con metodo mafioso, così come richiesto dalla costante
rigorosa giurisprudenza in materia.
La sensazione emersa dalle complesse indagini, per quanto riguarda la Liguria, è quella di un coinvolgimento diretto nell’ambiente criminale di provenienza da parte dei protagonisti, che hanno dimostrato tutti una profonda conoscenza dei soggetti, delle regole di comportamento e di relazione dei rituali e delle cariche mafiose, pur poi muovendosi nell’ambito del nostro territorio in maniera apparentemente a sè stante e con interessi eterogenei.
Quanto emerso, dalle lunghe e complesse indagini, al di là dell’esito processuale momentaneo, appare però tutt’altro che tranquillizzante.
Si è accertata, infatti, la presenza di strutture compartimentate tipiche della ‘ndrangheta e cioè rigidamente organizzate, di cui non sono state accertate attività illecite continuative, quanto piuttosto, di supporto logistico (latitanti, investimenti) alla casa madre del Sud.
Quello che non è emerso, è una continuativa attività (episodi sporadici sì, ma non sufficientemente sintomatici) rilevante all’esterno e percepita come mafiosa dalla collettività.
Si è accertata sicuramente la sussistenza di più strutture qui come in Calabria, orizzontalmente organizzate, aventi per lo più la natura di strutture di servizio.
La stessa posizione geografica della Liguria, essenziale punto di collegamento per i suoi porti tra il nord ed il sud d’Italia e strategica in relazione alle frontiere con la vicina Francia (meta a sua volta di immigrazione), rendono necessario il mantenimento di un’area di garanzia per i calabresi residenti in Liguria e quelli residenti in Calabria.
Quello che, con allarme, deve rilevarsi è una accurata opera di mimetizzazione sociale, da cui è conseguita una estrema difficoltà nella raccolta di prove.
Le più recenti acquisizioni investigative a livello nazionale ci hanno confermato come la `ndrangheta abbia conquistato, ormai da qualche decennio, la leadership incontrastata nel settore del traffico internazionale di sostanze stupefacenti ed in particolare in quello della cocaina, grazie ai collegamenti diretti con i fornitori colombiani e boliviani ed alla presenza, all’interno stesso dei cartelli colombiani, di suoi esponenti grazie ai quali essa può gestire l’acquisto, il trasporto e la distribuzione in tutta Europa della droga, con la conseguente possibilità di inimmaginabili profitti sul piano economico e del loro successivo reimpiego sui mercati finanziari.
Genova è stata, tra l’altro, porto di introduzione, nel 1994 del più grosso carico di cocaina arrivato in Europa dal Sudamerica per conto di un cartello colombiano - siculo - calabrese (5000 kg.).
La Liguria è confinante con la Francia, uno dei paesi di più antico, importante e stabile insediamento di `ndrangheta, tanto da essere indicata da alcuni collaboratori di giustizia come sede di numerosi locali, presenti soprattutto nel Sud, ed in particolare a Mentone, Marsiglia, Nizza, Tolosa.
A tale proposito, basti considerare come sia ormai stata accertata in varie indagini, la presenza di un organismo denominato camera di controllo avente il compito di coordinare le presenze, gli arrivi ed i transiti (in Liguria siffatto compito lo svolge il locale di Ventimiglia).
La camera di controllo infatti è una sorte di struttura di collegamento in grado di assicurare stabilità di rapporti, sinergie logistiche ed operative, strutture integrate a sostegno di una serie di attività di vario tipo, che vanno dal traffico di sostanze stupefacenti, alle attività di usura che si muovono abitualmente intorno alle case da gioco, al riciclaggio di proventi illeciti in attività commerciali e nell’acquisto di beni immobili, e infine al dorato rifugio di latitanti eccellenti.
Si tratta di dati riferibili dagli anni ‘70 e che proseguono secondo una linea di tendenza mai interrotta sino ai nostri giorni; a riprova che non di collegamenti occasionali si tratta, ma di scenari in qualche modo stabili, consolidati, verificati nella loro comprovata redditività.
È questo in sostanza il motivo per il quale tali presenze costituiscono un pericolo reale per le comunità presso le quali esse si realizzano, non già perché sono immediatamente operative nella realizzazione di specifici reati, ma in quanto precostituiscono le condizioni per una serie indeterminata di attività criminose, delle quali costituiscono la premessa, il supporto, la struttura di base (relazione DNA).
A conferma di quanto affermato i numerosi arresti di latitanti, in Francia: nei primi anni ‘80, venne infatti arrestato uno dei più pericolosi esponenti della `ndrangheta reggina, Paolo De Stefano, a Cap d’Antibes; Facchineri Luigi, inserito tra i 30 latitanti più pericolosi, è stato catturato a Nizza il 31 agosto 2002.
Nel 1993 venne arrestato nei pressi di Nizza, il latitante D’Agostino Arcangelo (classe 1939), di Delianova (RC), pericoloso esponente della cosca Piromalli di Gioia Tauro, ritenuto responsabile di sequestro di persona.
Di maggiore rilievo a fini investigativi la cattura nel 1997 in Antibes di Rosmini Natale, esponente di spicco della cosca omonima, contrapposta durante la guerra di mafia di Reggio Calabria a quella dei De Stefano.
Il Rosmini è stato, tra l’altro, condannato alla pena dell’ergastolo quale mandante dell’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato Ligato Ludovico.Ancora da segnalare è l’arresto, sempre a Nizza, di Mollica Antonio da Melito Porto Salvo (RC), esponente della cosca Iamonte, con propaggini operative in Liguria ed in particolare nel Ponente ligure.
Altro arresto da segnalare, avvenuto in Francia è quello, degli inizi del 1999 di Gullace Carmelo, esponente della cosca mafiosa dei Raso - Gullace - Albanese.
Oltre alle evidenziate finalità di assistenza, le proiezioni delinquenziali dei singoli gruppi di ‘ndrangheta, paiono per lo più orientate come si è detto verso finalità di riciclaggio e reinvestimento speculativo.
Allarmante, per il pericolo di commistioni e contaminazioni, l’espansione della dimensione affaristico corruttiva di questi gruppi, in attività economiche legali ovvero una contiguità con ambienti imprenditoriali e finanziari della regione, per non parlare dello smaltimento dei rifiuti.
Le vicende in cui sono coinvolti gli amministratori di ridenti cittadine come Sanremo, Ospedaletti, Arma di Taggia sono estremamente preoccupanti; stanno evidenziando il sopravanzare di gruppi imprenditoriali politico - affaristici inclini ad abusare del potere pubblico per conseguire profitti illeciti.
Non si deve dimenticare a proposito, la vicenda Teardo, che negli anni ‘80 ha visto l’allora presidente della regione Liguria Alberto Teardo, coinvolto in un sistema di racket e tangenti.
In altre realtà la corruzione e lo scambio di voti hanno portato la classe dirigente in braccio alla mafia. In Liguria inoltre vi sono stati segnali di una riemersione di aggregazioni di natura camorrista nelle province di La Spezia e Massa, con riferimento per lo più alla illecita gestione del gioco d’azzardo.
La già evidenziata importanza strategica del porto di Genova spiega ancora, il crescente coinvolgimento del territorio ligure nell’ azione di gruppi criminali campani e pugliesi attivi nel circuito internazionale del contrabbando di tabacco e traffico di stupefacenti. Quanto alla emersione nel nostro territorio delle cosiddette nuove mafie con riferimento alla criminalità organizzata, non riferibile alle mafie storiche fino ad ora prese in considerazione, deve evidenziarsi quanto segue: appare estremamente allarmante l’evoluzione delle strutture e delle attività di gruppi criminali albanesi ormai da anni attivi nel settore dello sfruttamento della prostituzione e del traffico degli stupefacenti, verso moduli organizzativi tipicamente mafiosi. Si è celebrato recentemente con esiti giudiziari non positivi, un dibattimento relativo ad una pericolosa organizzazione criminale capeggiata da soggetti albanesi, la quale, attraverso una di rete di complicità e connivenze in progressiva dilatazione, ha esteso il proprio raggio d’azione su larga parte del territorio nazionale oltre che nello Stato di origine, rivelando peculiari capacità di contrapposizione violenta nel confronto con i gruppi rivali e di intimidazione interna ed esterna (perseguiti attraverso il ricorso sistematico a brutali forme di violenza sulle giovani vittime dello sfruttamento e persino all’omicidio, come rivelato da efferati omicidi compiuti da affiliati all’organizzazione) e di un’ imponente accumulazione finanziaria destinata ad alimentare sia il traffico di droga che articolati programmi di reinvestimento speculativo in Albania, oltre che a sostenere la propria espansione criminale (relazione DNA anno 2003) .Il procedimento in parola avviato a seguito della collaborazione spontaneamente intrapresa da una delle giovani vittime dell’organizzazione complessivamente ha comunque rivelato l’importanza di approcci investigativi sottratti al rischio della frammentazione conoscitiva e della visione atomistica di singoli episodi delittuosi, come tali adeguati rispetto all’esigenza di ricostruzione organica di strutture, regole interne e specifiche proiezioni criminose dei sodalizi in parola, nonché dei loro complessivi collegamenti con le componenti ancora radicate in territorio albanese.
Nel controllo e nello sfruttamento dei flussi migratori illegali va rimarcato il ruolo di gruppi criminali organizzati di origine cinese, (per tutti, un procedimento penale risalente al 1999, relativo a casi di sequestro a scopo di estorsione di cittadini della Repubblica polare cinese clandestinamente introdotti nel territorio dello Stato attraverso la frontiera italo - slovena, posti in essere da affiliati all’organizzazione criminale cinese denominata Società del sole avente diramazioni in Lombardia ed Emilia, ma anche in altri stati europei). Va, infine, ricordato il rilievo della criminalità di origine nigeriana
nel campo dello sfruttamento della prostituzione in alcune zone del capoluogo, ancorché vada parimenti segnalata l’assenza, allo stato, di iniziative di contrasto coerenti con la prospettazione dell’esistenza di fenomeni di criminalità organizzata e, dunque, con l’esigenza di programmi investigativi tesi ad individuarne e paralizzarne strutture e risorse finanziarie. Il crescente ruolo delle organizzazioni criminali nigeriane nell’importazione e nella successiva distribuzione di cocaina destinata al ricco mercato genovese è oggetto invece di ampia ed ancora riservata ricostruzione investigativa, così come è attualmente oggetto di ricostruzione investigativa l’azione sul mercato genovese dell’hashish e della cocaina di gruppi delinquenziali di origine maghrebina.
Allo stato, uno dei fenomeni di maggiore allarme sociale e di devianza anche minorile è rappresentato dalla presenza di bande di soggetti sudamericani, per lo più dell’Ecuador, dedita per il momento a reati minori o comunque contro il patrimonio e non ancora in forma organizzata; il fenomeno però è in crescita ed estremamente allarmante, se non adeguatamente compreso.
Quali le strategie di contrasto ?
È già stato in altre sedi autorevolmente rilevato che ad oggi pare che la questione mafia e la questione corruzione si siano trasformate nella questione giustizia intesa come compressione e limitazione dell’operato della magistratura e dei Pubblici Ministeri in primo luogo.
Si devono comunque utilizzare gli strumenti a disposizione, ed in particolare, attaccare sempre e comunque l’economia criminale per mezzo, ad esempio dell’art.12 sexies d.l. 8.6.1992 n.306 conv. con mod. nella legge 7.8.1992 n. 356, nel testo introdotto dall’art.2 dl 20.6.1994 conv. con mod. nella legge 8.8.1994 n.501; destinare ad uso sociale i beni confiscati per i reati di mafia per mezzo della legge 28.2.1996 n.109; promuovere le collaborazioni di giustizia.
In merito deve però dirsi, per inciso, che le modifiche legislative in tema di collaboratori di giustizia, non hanno tenuto conto della peculiarità del fenomeno e ad oggi questo strumento si è del tutto svuotato di significato. La legge sui collaboratori del 2001 seppur pregevole in alcuni punti, è risultata assolutamente disincentivante su altri, come se il vero problema fossero i collaboratori di giustizia e non anche i criminali che grazie a loro si sono potuti arrestare.
Ancora una volta poi si deve con forza auspicare una rinascita civile perchè il senso di illegalità diffusa, di malcostume che si respira intorno a noi è il brodo di coltura in cui crescono ed attecchiscono la criminalità e la mafia.
L’educazione alla democrazia ed alla legalità, la tensione morale sottesa alla lotta alla mafia, come quella al terrorismo sono le condizioni in cui il cittadino deve vivere per avere davvero un paese normale.
* Direzione distrettuale antimafia di Genova.
Relazione al convegno del 25 ottobre 2004 a Padova "Vecchie e nuove mafie nel nord Italia".
IL LIBRO INTEGRALE DEGLI ATTI in formato PDF - clicca qui
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