IL SECOLO XIX - 20.06.06
IL PROCESSO Requisitoria di due giorni del pm Canepa per un omicidio di mafia del 1991
Clan Fiandaca, chiesti sei ergastoli “organizzarono il delitto Gaglianò”
Per altri due imputati proposta una pena di venticinque anni. Nove per il Collaboratore di Giustizia che ha fatto alzare il velo sull’esecuzione decisa per una partita di droga non pagata
Sei ergastoli, due condanne a 25 anni e una a nove “soltanto” per un Collaboratore di Giustizia. Queste sono state le richieste che la pubblica accusa Anna Canepa ha formulato al termine di una requisitoria che si è prolungata due giorni, per l’omicidio di Luciano Gaglianò. Il pregiudicato era stato ucciso con sei colpi di pistola il 20 novembre del 1991 in via Pastorino a Bolzaneto, mentre si trovava a bordo della sua auto, una Fiat Uno. Secondo gli inquirenti Gaglianò era stato giustiziato perché non aveva pagato una partita di cocaina da mezzo chilo al gruppo mafioso capeggiato dai Fiandaca-Emmanuello e legato al clan di Madonia. L’omicidio era stato risolto dopo 12 anni grazie alle serrate indagini del pm Anna Canepa, della squadra mobile e alle rivelazioni di alcuni pentiti.
L’ergastolo è stato chiesto per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nunzio e Daniele Emmanuello e Franco La Cognata tutti originari di Gela. La richiesta dei 25 anni di carcere è stata invece pronunciata per Paolo Vitello, originario di Mazzarino e Vincenzo Di Caro. Nove anni Canepa li ha chiesti per Angelo Celona (il pentito) originario di Gela mentre l’assoluzione per insufficienza di prove è stata domandata per Alessandro Emmanuello, anche lui nato a Gela.
Gli assassini si trovavano su una Golf nera: avevano braccato Gaglianò e senza neppure scendere dall’auto gli scaricarono addosso un intero caricatore di una Remington. Ma il corpo dell’uomo era già stato colpito a morte dal primo proiettile che lo aveva centrato al capo. Il rinvio a giudizio era stato firmato dal giudice Massimo Modella e le accuse erano omicidio e ricettazione in concorso.
Secondo la ricostruzione che era stata possibile effettuare con la collaborazione dei pentiti a sparare a Gaglianò era stato Di Caro che con La Cognata era stato “richiamato” dalla Sicilia appositamente per mettere a punto l’agguato. All’operazione partecipò per sia stessa ammissione Angelo Celona (era alla guida dell’auto) che è poi divenuto collaboratore di giustizia. Si è saputo che la banda aveva progettato l’omicidio in un appartamento di via Casaregis, che era intestato a Vitello e fungeva da base anche per i clan dei Fiandaca e degli Emmanuello. Proprio Vitello avrebbe dovuto far sparire l’auto utilizzata, una Golf grigia rubata in via Turati il 10 ottobre del 1991, poi abbandonata nei pressi del casello di Bolzaneto e portare via l’arma del delitto, una Remington. Qualcosa però andò storto: Vitello portò via altre due pistole, ma l’auto degli assassini non fu bruciata e la Remington, usata senza i guanti, rimase nel cassetto portaoggetti dell’auto.
Il processo, iniziato il 2 dicembre del 2004, si svolge davanti alla Corte d’Assise. E’ stato rinviato per le repliche dei difensori al 10 luglio. Tra i difensori gli avvocati Sandro Vaccaio, Andrea Vernazza, Giovanni Ricco. La sentenza sarà pronunciata probabilmente il prossimo settembre.
El.V.
LA REPUBBLICA GENOVA 20.06.2006
Il processo per il fatto del ’91 che aveva coinvolto anche i Fiandaca
Omicidio per mafia chiesti sei ergastoli
Malavitoso fu ucciso in un agguato
di Vincenzo Curia
La vittima fu “giustiziata” per aver chiesto soldi per la droga fornita
Sei ergastoli per altrettanti imputati, due condanne a 25 anni di reclusione, una a 9 e una assoluzione con la formula del dubbio.
Una richiesta record, molto rara negli anni giudiziari genovesi. E’ stata avanzata dal pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, per l’omicidio di Luciano Gaglianò, un malavitoso ucciso per vendetta: perché “pretendeva” di farsi pagare la fornitura di 400 grammi di eroina dalla persona che l’aveva acquistata.
Dieci le persone alla sbarra, tutte di origine siciliana, in Assise (presidente Vittorio Frascherelli; giudice a latere Anna Leila Dello Preite), cioè, Francesco La Cognata (36 anni), i fratelli Emmanuello (Davide, Nunzio, Daniele e Alessandro, nell’ordine 42, 50, 43 e 39 anni), Salvatore e Gaetano Fiandaca (di 52 e 39 anni), Paolo Vitello (41 anni),Vincenzo De Caro e Angelo Celona. Il carcere a vita riguarda La Cognata, tre degli Emmanuello (l’assoluzione è stata domandata per Alessandro) e i due Fiandaca. Per Vitello e De Caro, 25 anni di carcere a testa. Nove anni, invece, per Celona, “premiato” in quanto collaboratore. Si deve proprio a quest’ultimo il merito di avere permesso la soluzione di un delitto rimasto senza colpevoli per ben dodici anni. Di più: in un primo tempo gli inquirenti ritennero di avere individuato gli autori e i mandanti dell’omicidio in altre persone, poi processate ma tutte scagionate, perché chi aveva “parlato” non aveva fornito elementi convincenti. A incastrare esecutori e mandanti fu Celona, che si era pentito di militare nella mafia, “perché voglio recuperare i valori della civile convivenza”.
Confessò, fornendo dettagli su dettagli, di aver sparato lui stesso a Gaglianò e riferì che alla “spedizione di morte, come killer”, aveva preso parte anche La Cognata. Quanto agli altri, attribuì agli Emmanuello il ruolo di mandanti e a Vitello quello di aver accompagnato i sicari sul luogo del delitto, in via Pastorino, a Bolzaneto.
Luciano Gaglianò fu ucciso mentre rientrava a casa, il 13 novembre 1991. La vittima che viaggiava su una “uno” venne fermata con un pretesto. Due uomini scesero da una Golf e aprirono il fuoco: un proiettile lo raggiunse alla testa, altri cinque alla schiena.
Il corpo senza vita di Gaglianò venne scoperto da una pattuglia di Carabinieri. Le indagini se ne ignorano ancora i motivi furono subito indirizzate verso malviventi che frequentavano, si, mafioso, ma che si rivelarono poi del tutto estranei al delitto. Il giallo, come accennato, fu risolto anni dopo, dal pentito Angelo Calona. Dopo numerose udienze, il processo è giunto ora in dirittura di arrivo. Si riprenderà il 10 del prossimo luglio, con le arringhe dei difensori.
CORRIERE MERCANTILE 20.06.2006
In Corte d’Assise
Processo per il delitto Gaglianò
l’accusa ha chiesto sei ergastoli
L’omicidio avvenne nel 1991 in via Pastorino a Bolzaneto
Dopo la requisitoria del pubblico ministero il processo davanti alla corte d’assise è stato rinviato al prossimo 11 luglio con le repliche dei difensori degli imputati, poi la sentenza.
Per i pentiti e per l’accusa furono i sicari della mafia arrivati dalla Sicilia ad uccidere il 13 novembre del 1991 Luciano Gaglianò, crivellato con sei colpi sparati a bruciapelo contro la sua auto in via Pastorino, a Bolzaneto. Per quell’omicidio di mafia dunque, il pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, ha chiesto 6 ergastoli, condanne a 25 anni di altri due imputati, 9 anni nei confronti di un pentito e una assoluzione. Carcere a vita quindi per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nuncio e Daniele Emmanuello, e Francesco La Cognata, originari di Gela; 25 anni di reclusione per Paolo Vitello, originario di Mazzarino; Vincenzo Di Caro di Gela. Per il pentito Angelo Celona la richiesta è di nove anni, mentre l’assoluzione è stata chiesta per uno degli altri fratelli Emmanuello, Alessandro. Gli avvocati che li difendono: Evi Maltagliati, Andrea Vernazza, Pietro Bugliolo, Stefano Sanbugaro, Sandro Vaccaro. Il processo in assise è stato rinviato per le repliche dei difensori all’11 luglio.
Dell’omicidio era stata accusata in un primo tempo la ‘ndrangheta. Ma gli imputati erano stati assoluti. Successivamente un pentito Angelo Celona si era autoaccusato del delitto e aveva fatto scattare gli arresti.
Celona aveva detto di avere ammazzato Gaglianò insieme a Francesco La Cognata, il suo complice, “con il quale ero inseparabile tanto che venivamo chimati i “gemelli”, perché eravamo in sintonia e affidabili”. In un incidente probatorio un altro dei pentiti Ciro Vara, (non accusato del delitto) non aveva parlato del fatto di sangue, ma della situazione dell’organizzazione mafiosa a Genova per inquadrare gli aspetti di contorno dell’omicidio. A una domanda dei difensori di alcuni degli imputati sul collegamento con la Sicilia, Ciro Vara aveva risposto sostenendo che all’epoca il boss Piddu Madonia non aveva ordinato la costituzione di una “decina” genovese, come vengono chiamate in gergo le squadre legate alla mafia che agiscono sul territorio.
I sei colpi (uno alla testa e gli altri alla schiena) sarebbero stati sparati perché Gaglianò non avrebbe pagato una partita di cocaina da mezzo chilo alla “decina” che sarebbe stata legata al clan dei Madonia, ma che Ciro Vara ha smentito.
Il racconto del pentito
“Si è sporto ed ha sparato”
“Il mio complice non è neppure dovuto scendere dall’auto: si è sporto e ha sparato. Entrambi i finestrini, il nostro e quello della vittima, erano abbassati. Il mio complice ha sparato un colpo, e poi in successione gli altri, se non ricordo male 5 o 6, non posso dirlo con esattezza, posso dire che sono stati diversi, sicuramente l’ha colpito al capo. La vittima non si è resa conto dei quello che stava succedendo…”.
Erano state queste le clamorose dichiarazioni del pentito di mafia Angelo Celona, di Gela, sull’omicidio Gaglianò. “La mattina successiva mi sono recato a prendere l’auto rubata da usare per l’azione. Se non ricordo male una Golf scura per l’azione. La mattina del primo giorno la passammo per i sopraluoghi. Il giorno dell’omicidio abbiamo incontrato la vittima per caso, vedendola uscire di casa”.