04.04.2007 - Il Secolo XIX - L’Incontro
La vera storia del boss Provenzano
Quando politica fa rima con mafia
di Ferruccio Sansa

Le inquietanti connessioni tra Cosa Nostra e potere politico nel libro inchiesta di Abbate e Gomez presentato oggi a Genova.

Il ragazzo che falsificò la carta d’identità usata da Bernardo Provenzano per andarsi a operare alla prostata in Francia? Si chiamava Francesco Campanella, nella banca in cui lavorava, sostengono gli investigatori, riciclava i soldi delle cosche, ma faceva pure politica. Era il segretario nazionale dei giovani dell’Udeur. L’aveva nominato nel 2000 l’attuale ministro della Giustizia, Clemente Mastella. E non importa che solo un anno prima il municipio dove Campanella era presidente del consiglio comunale fosse stato sciolto per mafia. Non basta: chi era il boss che accompagnò l’ultimo Padrino nel suo viaggio in Costa Azzurra? Si chiamava Nicola Mandalà, suo padre Nino, un attivista di Forza Italia oggi ritenuto dagli inquirenti il capomafia di Villabate, negli anni ’80 era stato socio dell’ex ministro degli Affari Regionali, Enrico La Loggia e di Renato Schifani. Il braccio destro di Mandalà? Era Ignazio Fontana. Veniva da una famiglia di sinistra.
Eccola qui l’altra faccia di Cosa Nostra e di Provenzano, quella che le tv non vogliono raccontare. Eccola qui, ricostruita con un ritmo da romanzo nell’ultimo libro dei giornalisti Lirio Abbate e Peter Gomez (“I Complici, Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento”, Fazi Editore) che verrà presentato oggi a Genova alle 18 alla Fnac di via XX Settembre su iniziativa della Casa della Legalità. Oltre trecento pagine di cronaca amara su quindici anni di infiltrazione della mafia nel mondo politico e finanziario che Abbate (giornalista dell’Ansa) e Gomez (inviato dell’Espresso) narrano con precisione, raccogliendo testimonianze inedite, documenti giudiziari, sconvolgenti intercettazioni ambientali di colloqui tra uomini d’onore. Un libro che è anche un atto di accusa ai media e alle classi dirigenti. Per i due autori, infatti, la cattura del boss dei boss “è stata la sua definitiva vittoria”. Le immagini del suo ultimo covo, un casolare dove si producevano ricotte, il sequestro di centinaia di pizzini in cui si discuteva solo di piccoli lavori pubblici di carattere locale, come già i serial televisivi in cui non si parla mai di rapporti mafia-politica, hanno contribuito a cancellare le questione Cosa Nostra dall’agenda politica italiana. “Per la gioia del sistema dei partiti”, scrivono nell’introduzione Gomez e Abbate, “che dopo il sangue di Falcone e Borsellino ha totalmente rinunciato a selezionare le proprie classi dirigenti anche in base al rischio mafia: da allora non è mai accaduto che un politico venisse espulso dal suo movimento perché ritenuto in rapporti con Cosa Nostra. Il principio di elementare prudenza che porta, nelle democrazie mature, ad escludere ed emarginare chi ha amicizie discutibili, che tiene comportamenti non trasparenti, in Italia non scatta mai. Eppure rappresentare gli elettori non è un semplice diritto: è un onore, ma anche un onere. Il garantismo deve valere nelle aule di Tribunale, in politica, invece, deve prevalere il buon senso. Tra chi è specchiato e chi ha addosso una macchia è candido solo il primo, non il secondo”. Secondo i due autore un dato “narra meglio di ogni altra indagine” quello che la mafia è oggi: “nella più moderna clinica di tutta l’isola, la Santa Teresa di Bagheria, di proprietà di un presunto prestanome di Provenzano, la regione Sicilia versava per ogni ciclo completo di terapia antitumorale alla prostata 136.000 euro. Ora, dopo il sequestro da parte della Magistratura, lo stesso ciclo costa 8.093 euro. E allora”, concludono Gomez Abbate, “diventa chiaro che Cosa Nostra non conviene, che gli amministratori pubblici, collusi o distratti vanno emarginati non per moralismo, ma per un semplice calcolo economico: i soldi che gestiscono sono nostri”.

Fatti. Atti giudiziari. Indagini compiute in prima persona dai due autori. Trecento pagine che informano minuziosamente riuscendo anche a essere avvincenti. Una prova che in Italia il giornalismo d’inchiesta non è finito, che i reporter coraggiosi ci sono, anche se trovano sempre meno spazio sui giornali e nei programmi televisivi. Se i lettori – distratti, disillusi o amareggiati – prestano forse poca attenzione ad un lavoro compiuto perfino a rischio della vita.

Certo, leggere un libro come questo provoca anche dolore. E molte domande: perché la nostra classe politica (di centrodestra come di centrosinistra) continua ad ignorare la questione morale, fingendo di non accorgersi che tanti mali – perfino i problemi di bilancio e la scarsa competitività economica internazionale – derivano proprio dalla corruzione?

Perché l’Italia e gli italiani non cambiano mai?








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