Il libro è un'inchiesta sulle complicità politiche di Cosa Nostra che parte da un assunto: in questi anni la politica ha totalmente demandato alla magistratura la selezione delle proprie classi dirigenti. Non è mai accaduto che un politico venisse autonomamente esplulso dal proprio partito perchè aveva frequentazioni, non occasionali, con i boss. E quando questo si è verificato è stato solo perchè erano scattate le manette (e a volte non sono bastate nemmeno quelle). Dopo la cattura di Provenzano la situazione è addirittura peggiorata. Rai e Mediaset ci hanno raccontato l'ex capo dei capi di Cosa Nostra basandosi solo sull'arresto di un vecchio senza denti, malato, ormai costretto a nascondersi in una masseria dove si producevano ricotte. Insomma con la complicità di tutti, media, istituzioni e politica, si fa finta di dimenticare che la mafia è mafia solo perchè ha rapporti con la politica. E se non ne ha è semplice gansterismo. (Peter Gomez)

dalla Prefazione del Libro, proponiamo uno stralcio:

....perchè è quella l'unica immagine del vecchio Padrino che è bene rimanga negli occhi degli italiani. L'immagine di una mafia antica, un po animale, che un tempo uccideva anche personaggi importanti evidentemente solo per il gusto di uccidere.

Di tutto il resto, dei rapporti politici trasversali di Provenzano, del cassiere del suo clan, pupillo del presidente della Regione (UDC) e di un ministro UDEUR del governo Prodi, dei capi-mafia di Corleone da sempre amministratori dei beni di un importante deputato azzurro, del loro collega di Enna, abituato a baciare sulle guance e discutere di affari con un onorevole DS, mai cacciato e anzi promosso, è meglio non parlare. Le sentenze poi vanno lasciate assolutamente perdere. Condannano in primo grado Marcello Dell'Utri per tentata estorsione insieme al boss di Trapani, Vincenzo Virga, e Bruno Vespa si dedica al delitto di Cogne e al pigiama della signora Franzoni. L'attuale senatore UDC ed ex ministro Calogero Mannino si vede appioppare cinque anni e quattro mesi in appello (verdetto poi annullato con rinvio) e a Porta a porta discute di calcio scommesse con Maurizio Mosca e Aldo Biscardi.

Non è un caso. Se uno sa certe cose poi magari si mette delle strane idee in testa. Magari comincia a riflettere: forse, pensa, sono tutti innocenti, forse non hanno commesso reati, forse non avevano capito chi avevano di fronte. Ma se non sanno nemmeno distinguere un mafioso da un attivista di partito, perchè bisogna permettere loro di amministrare la cosa pubblica?

Oggi le analisi della Confcommercio dicono che l'organizzazione capeggiata, fino all'11 aprile 2006, dal latitante corleonese raccoglie il pizzo dal 70 per cento delle attività commerciali in Sicilia (80 per cento a Palermo). L'Eurispes spiega che il fatturato complessivo delle tre mafie (Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta) nel 2006 ha toccato il 9,5 per cento del prodotto nazionale lordo. Il Censis, dopo aver consultato settecento imprese, aggiunge che senza lo 'zavorramento mafioso' annuo le regioni del Mezzogiorno sarebbero sviluppate come quelle del Nord.

Ma un dato narra meglio di ogni altra indagine quello che sta accadendo: nella più moderna clinica di tutta l'isola, la Santa Teresa di Bagheria, di proprietà di un presunto prestanome di Provenzano, la Regione Sicilia