Gian Carlo Caselli e Livio Pepino
A un cittadino
che non crede nella giustizia
Stato democratico è sulla fiducia nella giustizia che si fonda la convivenza civile. Per restaurare quel 'patto' antico, Gian Carlo Caselli e Livio Pepino conducono il lettore all'interno del mondo giudiziario e dipanano una matassa fitta di malintesi, errori e bugie, senza arretrare di fronte agli argomenti caldi degli ultimi anni: il garantismo, l'indipendenza della magistratura, i suoi rapporti con il potere politico, la famigerata riforma del sistema giustizia.
il libro è stato presentato il 27 ottobre 2005 alle ore 17
alla Casa della Legalità di Genova
con Gian Carlo Caselli e Livio Pepino
la scheda sulla presentazione
Sulla Lettera... 
21.09.2005 - Unità - di Saverio Lodato
Sulla lettera “A un cittadino che non crede nella giustizia”
del segretario nazionale Ignazio Juan Patrone
Con il libro "A un cittadino che non crede nella giustizia" (Editori Laterza, 111 pagg., 12,00 Euro), distribuito da poco in libreria, Giancarlo Caselli e Livio Pepino ci hanno fatto davvero un bel regalo.
Anzitutto per la forma del testo. Si tratta infatti - come indica il titolo - di una lettera scritta a quattro mani ad un cittadino, neppure troppo immaginario, che ha accumulato per le più diverse ragioni un sentimento di sfiducia nella giustizia e nei giudici, che è insoddisfatto (e non ha certamente torto) per i tempi biblici dei processi, che sente da anni dichiarazioni pubbliche del Cav. B. e dei suoi amici ed alleati sui giudici "malati di mente", sul "cancro da estirpare", sul "complotto dei giudici comunisti".
Quel cittadino cui si rivolgono Giancarlo e Livio è il rappresentante ideale di una larga parte della pubblica opinione del Paese, è il lettore degli articoli di editorialisti come Romano o Panebianco, è un ascoltatore di un qualsiasi TG, dove un qualunque provvedimento sgradito viene immediatamente "criticato" con le sottili argomentazioni di un Calderoli o di un Gasparri, tutti noti giuristi. Egli crede davvero che Andreotti sia stato assolto nel merito, che Boccassini e Colombo siano due scorretti ed esagitati avversari politici del Presidente del Consiglio, che i magistrati siano una sorta di partito politico, di volta in volta individuato nel "partito dei PM", poi in quello "dei giudici", e persino in quello delle sezioni unite della Corte di cassazione o della stessa Corte costituzionale; che ormai è convinto che la ragione prima dei mali della giustizia sia la troppa indipendenza dei magistrati e della magistratura.
Lo crede perché lo dicono e lo scrivono tutti i giorni da anni, perché la storia di Md e della stessa ANM viene sistematicamente distorta, perché veniamo tutti insultati come categoria, e qualcuno anche come persona (do you remember gli Sgarbi quotidiani con urla di "assassini" et similia, le insinuazioni di ogni genere, la richiesta della lista degli iscritti ad Md, gli allarmi circa presunti complotti contro il legislatore sovrano ?).
Al lettore, volutamente individuato non nei colleghi e negli addetti ai lavori ma in "quel" cittadino che incontriamo al ristorante, in treno e anche al mare, sotto l'ombrellone, Livio e Giancarlo si rivolgono con stile piano e semplice, confutando, con argomenti logici e con alcuni esempi, la disinformazione dilagante. Il libro però non nasconde i problemi della giustizia, neppure quelli che nascono dalla nostra scarsa capacità di trasformare l'autogoverno da principio irrinunciabile della Costituzione in auto-organizzazione efficiente. Si vedano ad esempio le lucide argomentazioni alle pagg. 104 e segg. dove vengono prese in esame alcune tra le critiche più diffuse al nostro sistema giudiziario non per negarne il fondamento, ma per dimostrare che la strada della modifica del nostro status, della sua burocratizzazione, della perdita di indipendenza non solo non risolverà i problemi, ma li aggraverà senza rimedio.
Questo libro sarà nei prossimi anni, come già lo furono altri lavori pubblicati dalla benemerita Casa editrice barese (penso ad "Attacco ai diritti" del 2003, curato dall'inarrestabile Livio), anche uno strumento di lavoro; ci servirà a meglio argomentare, senza cadere nel vizio dell'autostima corporativa, le nostre ragioni; ci darà la traccia per un ragionare pacato e, per questo, più efficace.
Sta per essere consegnata AGEMDA 2006, dedicata quest'anno - in collaborazione con Libera - alla legalità. Livio, in un suo messaggio di qualche giorno fa, ha proposto di cogliere l'occasione per presentarla insieme alla lettera "A un cittadino che non crede nella giustizia". Sono d'accordo. Il lavoro suo e di Giancarlo nasce in buona parte dalla esperienza e dalla elaborazione di Md e tiene conto della necessità - da molti indicata anche su questa lista - di cercare di "comunicare con l'esterno". Non perdiamo questa occasione.
E grazie a Giancarlo e a Livio, a nome di tutti.