02.01.2008 - approfondimenti
Su "Sicilia Libera", co-fondata da Giuseppe Lipera,
l'intreccio della stagione stragista 1992-1993,
ed i legami politici e massonici di  Cosa Nostra
a cura di C.Abbondanza e S.Castiglion

Qualche passaggio tratto da
“La Trattativa”
di Maurizio Torrealta

Le dichiarazioni di Tullio Cannella
Ancora più ampie e articolate sono le dichiarazioni di Tullio Cannella, membro di Cosa Nostra che ha operato per anni a fianco di Leoluca Bagarella, soprattutto nel periodo cruciale della stagione stragista del '93, della quale Bagarella è assoluto protagonista. Cannella e Bagarella, sono tra i fautori dell'esperienza politica del neonato movimento “Sicilia Libera”, che ha costituito una delle manifestazioni del progetto secessionista di Cosa Nostra. In riferimento a quell'esperienza, Cannella precisa che la nascita di “Sicilia Libera”, fondata nel 1993, in realtà affonda le proprie radici in un più ampio piano strategico, di cui è venuto a conoscenza da Bagarella e da altri uomini d'onore (Filippo Graviano, Iano Lombardo, Vincenzo Inzerillo, Cesare Lupo).
Riportiamo alcuni brani dell'interrogatorio del 28 maggio 1997.

“Ciancimino mi disse che il progetto di “Sicilia Libera” costituiva una attuazione di una strategia politica che lui [aveva messo a punto, ndr] tramite l'appoggio ideativo di Provenzano negli anni precedenti tramite la “Lega Meridionale” o qualcosa di simile (non ricordo bene il nome del movimento politico indicato da Ciancimino).
Aggiunse che a questo progetto aveva collaborato fortemente la 'ndrangheta calabrese. Specificò al riguardo: “devi sapere che la vera massoneria è in Calabria e che in Calabria hanno appoggi a livello di servizi segreti”.
Queste dichiarazioni di Ciancimino mi fecero comprendere meglio perché se era tenuto a Lamezia Terme la riunione di cui ho riferito in precedenti interrogatori, e alla quale partecipai personalmente tra esponenti di “Sicilia Libera” e di altri movimenti leghisti o separatisti meridionali, riunione alla quale erano presenti anche diversi esponenti della Lega Nord.
Ricordo che alla riunione in questione erano presenti, fra l'altro, esponenti di un movimento indipendentista della Campania, di “Basilicata Libera”, della “Lega Italiana, di “Calabria Libera” e di altri analoghi movimenti.
In questa riunione presero, fra gli altri, la parola un esponente della Lega Nord, di cui in questo momento non ricordo il nome, un giovane sui 33-34 anni, alto, di corporatura media, di capelli castano chiari; questa persona faceva parte del direttivo della Lega Nord e mi pare di ricordare che aveva una carica pubblica; egli si trovava a Lamezia già da due giorni (non so se avesse prenotato un albergo o in una casa privata).
Costui disse che gli interessi della Lega Nord e quelli dei movimenti del meridione coincidevano. Si doveva dare all'esterno una sensazione di antagonismo fra la Lega Nord e i movimenti del Sud, ma in realtà si doveva agire di concerto per realizzare la divisione politica dell'Italia tra Nord e Sud.
In esito a questa riunione si decise che tutti i movimenti del Sud si dovevano unificare in un'unica lega: la “Lega Mediterranea”. [...] Il movimento “Sicilia Libera” era solo uno dei momenti di una complessa strategia politica criminale della quale sono stato messo al corrente da Bagarella nel periodo in cui ho avuto occasione di frequentarlo, proprio perché mi associò a questo progetto.
[...] Le stragi di Capaci e di via D'Amelio si inserivano in una strategia più complessa, che poi proseguì nel 1993 con le stragi al Nord, e con l'attività di costituzione di movimenti leghisti al Sud. Le stragi al Nord erano finalizzate a distrarre l'attenzione dal problema Cosa Nostra in Sicilia, e a creare un clima propizio per addivenire in quel momento in tempi brevi alla separazione dell'Italia fra Nord e Sud.
[...] Per quanto riguarda i movimenti leghisti e indipendentisti, la posizione all'interno di Cosa Nostra era articolata. Alcuni come Bagarella erano tutti proiettati, in un primo momento, sul progetto separatista. Altri come i Graviano e Provenzano, pur coltivandone lo stesso progetto, ritenevano tuttavia che si trattasse di un progetto che richiedeva tempi lunghi di attuazione e che quindi, pur non abbandonando il progetto, bisognasse nell'immediato trovare una soluzione politica che, in attesa del maturare delle condizioni per l'attuazione della strategia separatista, desse risposte alle esigenze più impellenti e immediate di Cosa Nostra, e cioè i processi, i magistrati, i pentiti e il carcere.
Per questo motivo, i Graviano e Provenzano, pur continuando a coltivare il progetto separatista, si impegnarono a profusero le loro energie per favorire e appoggiare l'affermarsi di un nuovo partito politico e cioè Forza Italia.
Anche Bagarella in un secondo momento, dopo essersi impegnato esclusivamente per “Sicilia Libera” si rese conto che si trattava di un progetto di lungo periodo e che nell'immediato invece bisognava appoggiare Forza Italia e candidati del Polo da noi contatti i quali dovevano assumere impegni ben precisi.
Ribadisco tuttavia che l'appoggio a Forza Italia non determinò l'abbandono della strategia separatista che continuò a essere coltivata perché questa strategia separatista costituiva il punto di arrivo e la soluzione finale dei problemi di Cosa Nostra e dei suoi alleati esterni.
Lo stesso Bagarella si rese conto, anche a seguito dei miei consigli, che la soluzione politica immediata di favorire l'affermazione di Forza Italia avrebbe consentito in forza degli impegni che erano stati assunti di risolvere i problemi carcerari di molti uomini d'onore, i quali sarebbero tornati sul territorio rinforzando le fila dell'organizzazione e potendo così profondere loro energie per l'attuazione della strategia separatista.
La soluzione politica immediata, inoltre, avrebbe consentito di frenare il fenomeno dei collaboratori e avrebbe agevolato le comunicazioni fra gli uomini d'onore in carcere e l'esterno”.
[...]

Le dichiarazioni di Massimo Pizza e Antonio D'Andrea
Massimo Pizza, intermediario finanziario, legato ad importanti esponenti della criminalità organizzata, inizia a collaborare con i magistrati perché coinvolto in una indagine per riciclaggio, nello stesso periodo in cui la Dia svolge le sue indagini sui movimenti leghisti meridionali. Pizza parla ai magistrati dei suoi rapporti con i boss della ciminalità organizzata siciliana e calabrese e racconta una grossa operazione di riciclaggio che ha realizzato assieme a loro. Nell'ambito di quella collaborazione, Pizza parla anche di alcuni fatti che interessano l'argomento che stiamo trattando.
Massimo Pizza racconta di aver saputo nel 1991 “[...] da Carmelo Cortese, indicato come massone piduista ed esponente di vertice della 'ndrangheta, che la Lega meridionale è la longa manus di Cosa Nostra e che deve attuare un progetto di rivoluzione politica, ispirato da Licio Gelli, che sarebbe sfociato in una nuova forma di Stato”.
Nell'interrogatorio del 25 luglio 1996 Pizza fornisce ulteriori particolari:
“[...] Cortese [...] mi parlò della Lega Meridionale come di una longa manus di Cosa Nostra per attuare il predetto progetto di rivoluzione politica. Il progetto si articolava in tre fasi: 1) una fase di infiltrazione nelle istituzioni e in particolare nell'Arma di carabinieri e nella Polizia (al riguardo il Cortese diceva che avevano un sacco di amici nelle Forze dell'Ordine); 2) una seconda fase consistente nella delegittimazione della classe politica e della Magistratura. In proposito il Cortese mi disse che in qualsiasi momento potevamo mettere nei guai chiunque perché erano ricattabili. Ciò mi disse prima ancora che scoppiasse “tangentopoli”; 3) una terza fase militare. A riguardo mi disse che si sarebbe giunti a uno contro con il Nord e che loro non avevano problemi perché erano molto più organizzati.”

Pizza ha raccontato inoltre che l'avvocato Egidio Lanari, anch'egli massone, fondatore della “Lega Meridionale Centro-Sud-Isole” [...] e il suo “braccio destro” Antonio D'Andrea, gli hanno parlato di un progetto politico “rivoluzionario”, ispirato da Licio Gelli e dalla “massoneria internazionale”.

“[...] In particolare, Lanari e il D'Andrea si sarebbero “sfogati” con il Pizza (che, per un malinteso, ritenevano essere un funzionario dei servizi segreti) lamentandosi del comportamento di Licio Gelli, al quale attribuivano la responsabilità del fallimento del progetto politico della Lega Meridionale, per non aver adempiuto all'impegno di far affluire cento miliardi di lire di finanziamento al movimento (somma di denaro che sarebbe stata raccolta negli ambienti della massoneria e della criminalità organizzata).[...]”


Pizzo sostiene di aver letto i principali “punti programmatici” del progetto politico condensati in un documento di otto pagine mostratogli da Lanari, questo prevede la creazione nel Meridione di una serie di leghe che si sarebbero associate sotto la sigla della Lega Meridionale.

“Per la riuscita del progetto sono stati presi, fin dal 1989, rapporti con la Lega Nord, con la quale si sarebbe stretto un patto elettorale attraverso Gian Mario Ferramonti, personaggio che è stato al centro dell'indagine “Phoney Money” della Procura della Repubblica di Auosa (...). Lanari attribuisce a se stesso e a Giorgio Paternò, esponente di spicco della massoneria, la paternità della nuova organizzazione politica, alla quale hanno mostrato interesse anche Giuseppe Mandalari e Stefano Delle Chiaie. Il progetto poi fallisce, principalmente a causa di una sorta di “voltafaccia” di Gelli, il quale avrebbe discreditato e destabilizzato la Lega Meridionale, e Lanari sospetta anche mediante l'infiltrazione di alcuni ambigui personaggi legati ai “servizi segreti”. Il “voltafaccia” di Gelli è determinato – sempre secondo Lanari – da un litigio sulla denominazione del movimento politico, che in realtà riflette un contrasto di linea politica. Infatti, mentre Lanari e i suoi più stretti collaboratori vogliono cambiare la denominazione da Lega Meridionale Centro-Sud-Isole in Lega Meridionale per l'Unità Nazionale, Gelli e i suoi “fedelissimi” vogliono mantenere la vecchia denominazione e la vocazione più spiccatamente medionalista. Pizza racconta anche di aver saputo da D'Andrea di “pressioni” in favore della linea gelliana esercitata da personaggi della massoneria siciliana come Giuseppe Mandalari.
Un'altra causa del fallimento della Lega andrebbe poi cercata nel comportamento di alcuni politici, fra i quali il sen. Giulio Andreotti, che prima avevamo promesso di appoggiarla e poi di erano “tirati indietro”, perchè avevano a un certo punto iniziato a diffidare delle persone che vi erano implicate.
[...] Che ci sono stati contatti fra il sen. Andreotti ed ambienti della Lega Nord, in particolare proprio col professor Francesco, lo ha ammesso lo stesso Miglio nel corso della sua intervista pubblicata su Il Giornale del 20/03/1999, dove il professor Miglio, facendo riferimento a un possibile appoggio, da parte della Lega Nord, alla candidatura del sen. Andreotti alla Presidenza della Repubblica nel 1992, ha dichiaro: “Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”, e subito sopo ha rammentato di non avere ottenuto la nomina a senatore a vita per l'opposizione di Cossiga “nonostante Andreotti insistesse tanto”.


Le dichiarazioni di Pizza mostrano una straordinaria convergenza con le altre testimonianze sull'ipotesi di una possibile ulteriore chiave di lettura dell'omicidio Lima.

“che spiegherebbe anche l'apparente contraddizione interna delle dichiarazioni di Leonardo Messina, quando quest'ultimo attribuisce ad Andreotti assieme a Gelli e ad altri, un ruolo di coprotagonista nella strategia volta a creare nuovi assetti politici nazionali, quando invece egli ne risultava la prima “vittima” con l'omicidio Lima, primo “atto esecutivo” della strategia.
Le dichiarazioni di Pizza, da un lato confermano le dichiarazioni di Messina circa il ruolo di Gelli e Andreotti; dall'altro sembrano ipotizzare che fra le concause dell'omicidio Lima possa esservi anche la decisione di punire l'ennesimo “tradimento” del sen. Andreotti nei confronti del sistema criminale. E nello stesso contesto di rapporti, potrebbe essere letta la “tregua” nei confronti di Andreotti da parte di Cosa Nostra, che, pur avendo appoggiato il Psi alle elezioni nazionali del 1987, torna a indirizzare consensi elettorali in favore della corrente andreottiana alle regionali del 1991 (e cioè proprio nell'anno in cui viene elaborato il “piano eversivo-separatista”)”.


Ricapitolando, quindi, sullo specifico punto della posizione del senatore Andreotti nella vicenda abbiamo visto:
- le dichiarazioni di Leonardo Messina, che riferisce di avere saputo da Liborio Micciché che uno dei registi occulti del progetto politico era il senatore Andreotti assieme al prof. Gianfranco Miglio (“il vero artefice del progetto della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c'erano Gelli e Andreotti”);
- l'intervista già citata del 20/03/1999 del professor Miglio, il quale per un verso afferma che esisteva il progetto di una divisione dell'Italia in macroregioni con “l'assegnazione” della Sicilia alla mafia (“Io sono per il mantenimento anche della mafia e della 'ndrangheta. Il sud deve darsi uno statuto poggiante sulle personalità del comando. Che cos'è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto. [...] Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate.”) e rivela il particolare inedito di aver trattato segretamente proprio con il senatore Andreotti (“con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici del Monte Mario, davanti a un camino spento”);
- l'articolo pubblicato dall'Agenzia Repubblica a pochi giorni di distanza dall'omicidio dell'On. Lima, nel quale – in un momento in cui non era assolutamente conoscibile all'esterno del ristrettissimo circuito andreottiano – viene descritta l'esistenza di un progetto politico analogo a quello rivelato da Leonardo Messina e dal prof. Gianfranco Miglio, nell'ambito del quale l'omicidio dell'On. Lima costituirebbe un passaggio esecutivo;
- l'appunto scritto da Elio Cilona, nel quale questi, nel descrivere il piano eversivo, annota: “Si giustifica [l'omicidio, ndr] Lima, per pressione a Andreotti”;
- le dichiarazioni di Massimo Pizza, secondo cui dietro il progetto politico in oggetto c'era anche, fra gli altri, Andreotti, che si era poi “tirato indietro”;

- le dichiarazioni di Giovanni Brusca, secondo il quale la strage di Capaci aveva tra le sue finalità anche quella di “assestare anche un colpo decisivo alle speranze che allora il sen. Andreotti coltivava di essere eletto Presidente della Repubblica”;
- l'articolo pubblicato dall'Agenzia Repubblica che preannuncia la strage di Capaci ventiquattr'ore prima della sua esecuzione, nella parte in cui ipotizza che, per influire sull'impasse del Parlamento nell'elezione del Presidente della Repubblica, si ricorresse ad “una strategia della tensione che piazzi un bel “botto esterno””.

Le dichiarazioni del Pizza, sono comunque molto interessanti perché egli indica due fonti di natura diversa: Cortese, e cioè una fonte che è punto di raccordo fra il mondo della criminalità organizzata e gli ambienti della massoneria deviata, e la fonte proveniente dall'interno del movimento leghista meridionale (quella di Lanari e D'Andrea) che ha spiegato l'intera vicenda fino al fallimento del “progetto politico” per il progressivo disimpegno delle forze che lo hanno prima appoggiato. Le indagini dello Sco e della Dia trovano riscontri alle vicende della Lega Meridionale di Lanari.
D'Andrea sentito dagli inquirenti conferma sostanzialmente il racconto di Pizza:
“I particolare, D'Andrea (di estrazione politica di estrema destra) così ricostruisce la genesi della Lega Meridionale:

1. l 'iniziativa della costituzione di quella lega è del Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò, massone di Piazza del Gesù (che risulta essere legato a Licio Gelli), mentre gli altri soci fondatori sono l'avv. Egidio Lanari (originario di Roma), Donato Cannarozzi (pugliere) e Alcide Ferraro (calabrese);

2. ci sono numerosi incontri di Lanari e D'Andrea con Gelli;
3. ben presto si creano contrasti fra il gruppo di Lanari e il gruppo facente capo a Paternò e a Gelli, del quale fanno parte anche personaggi ritenuti da Lanari e D'Andrea legati ai “servizi segreti”, come Alessandro Vanno, e altri soggetti legati alla criminalità organizzata pugliese, come Vincenzo Serraino;
4. i contrasti derivano dalla linea politica più separatista del gruppo facente capo a Gelli, nell'ambito di una strategia finalizzata a creare una contrapposizione con la Lega Nord;

5. questa battaglia politica interna alla Lega Meridionale si concretizza nei contrasti sul mantenimento della denominazione del movimento che Gelli e Paternò vogliono mantenere in “Lega Meridionale Centro-Sud-Isole” e Lanari e D'Andrea vogliono modificare in “Lega Meridionale per l'Unità Nazionale” (a voler così sottolineare la contrarietà all'opzione separatista);

6. in questa battaglia si inseriscono alcuni interventi su Lanari e D'Andrea di personaggi palermitani, massoni e/o vicini a Cosa Nostra: D'Andrea partecipa ad incontri con Giuseppe Mandalari, Giuseppe Greco (figlio di Michele Greco), Gaetano Lunetta (massone palermitano, a suo tempo implicato nel golpe Borghese) e Salvatore Bellassai (già responsabile della P2 in Sicilia ed implicato nelle indagini sul falso sequestro di Sindona), incontri nei quali viene fatto intendere a D'Andrea che un rafforzamento dello spirito separatista del movimento sarebbe gradito in Sicilia e garantirebbe appoggi elettorali e finanziari;
7. il fallimento del movimento politico è terminato dal permanere di questi contrasti e dal progressivo disimpegno, i successivo “boicottaggio” e la fuoriuscita dalla Lega Meridionale di tutto il gruppo gelliano”.
“[...] Sugli incontri tra il D'Andrea e Gelli esistono molteplici conferme comprese annotazioni trovate nelle agende sequestrate a Gelli dagli investigatori e le relazioni di servizio della Digos di Arezzo sulle frequentazioni della sua villa da parte dei vari personaggi che ruotano intorno alla Lega Meridionale, così come è confermato il legame con ambienti della criminalità organizzata pugliese di alcuni di questi soggetti.”

[...]

Licio Gelli
Riguardo a Licio Gelli, bisogna ricordare che già nell'informativa Dia del 4 marzo 1994, sono segnalate alcune sue “singolari” interviste rilasciate proprio nel periodo in cui divampa la strategia della tensione del 1992-'93.
Nel settembre del 1992 Gelli rilascia una intervista al settimanale L'Europeo (10/09/1992) nel corso della quale dichiara: “E' da un pezzo che ci sarebbero tutte le condizioni per un colpo di Stato onde eliminare la teppaglia che sta rapinando. [...] In realtà, sa chi rappresenta l'unica speranza, in un questo paese alla deriva? Bossi. Bossi che se davvero darà il via allo sciopero fiscale... Eh be': sarò il primo ad aggregarmi. D'altronde perchè dovrei pagare le tasse?...”.
Su Paese Sera del 3 agosto 1993, in un'intervista intitolata “Prevedo una rivoluzione”, Gelli individua gli attentati dell'estate di quell'anno come la logica conseguenza dello stato di esasperazione in cui versa la popolazione oppressa dai criminali, da una classe politica corrotta e da un governo iniquo, responsabile di ingiustizie fiscali e della crescente disoccupazione. Secondo Gelli, infatti, si sarebbe trattato dei primi segnali di una ribellione montante provocata dal desiderio di accelerare il processo di ricambio della classe politica e ogni ulteriore ritardo assieme al progressivo aumento dei disoccupati, avrebbero potuto far degenerare l'insofferenza della popolazione in una autentica rivoluzione.
Si noti che nei suoi interventi pubblici e nelle sue interviste Gelli esprime concetti quali “l'esasperazione in cui versa la popolazione oppressa” e indica come via d'uscita quella di “accelerare il ricambio della classe politica corrotta e iniqua...”, argomenti che riecheggiano quelli formulati da Riina nell'esporre, nel settembre del 1992, il piano eversivo e che così vengono riferiti dal collaboratore Avola: “il popolo esasperato sarebbe stato propenso ad appoggiare gli uomini che sarebbero scesi tempestivamente in campo, sbandierando a parole un programma di rinnovamento...”.
E sempre nella citata informativa Dia del 4 marzo 1994 si colgono certe “assonanze” fra la situazione verificatasi nel 1993 con altre situazioni degli anni passati: “sembra riproporsi un cliché ben noto al Gran Maestro, già pianificato e posto in essere negli anni '70, quando, mediante i suoi contatti massonici – che gli consentivano di poter essere presente all'interno dei Servizi Segreti, dell'Arma dei Carabinieri e dei principali organismi pubblici, nonché in ambienti del 'sistema criminale', supportato da personaggi come l'avv. Filippo De Iorio, i fratelli Alfredo e Fabio De Felice, Paolo Signorelli, Stefano Delle Chiaie e tanti altri, massoni e non, gravitanti di massima nell'area della destra eversiva – aveva ordito un organico piano di assalto alle Istituzioni democratiche, finalizzato comunque, al di là dell'apparente risultato politico, all'accrescimento del suo già notevole potere personale”. E vengono ricordate le dichiarazioni di estremisti di destra Aleandri Paolo e Calore Sergio, rese negli anni Ottanta innanzi a varie autorità giudiziarie e alla Commissione parlamentare sulla Loggia massonica P2, sui progetti di golpe nei quali Gelli ha già tentato di realizzare trasformazioni istituzionali nel paese in senso conservatore, anche sfruttando la convergenza di interessi con altri ambienti, come quello della destra estrema, al fine di accrescere il proprio potere di ricatto e di controllo nei confronti di ambienti politico-economici coinvolti nel tentativo eversivo o intimoriti da esso.
[...] Un collaboratore “storico” come Marino Mannoia dichiara di aver saputo da Stefano Bontade e da altri uomini d'onore della sua famiglia che uomini di spicco dello schieramento corleonese (in particolare Pippo Calò, Riina Salvatore e Madonia Francesco) si avvalevano di Licio Gelli per i loro investimenti a Roma. Secondo Mannoia, Gelli era il “banchiere” di questo gruppo, così come Sindona lo era stato per quello di Bontade Stefano e di Inzerillo Salvatore.
L'esistenza di un rapporto fra Gelli e i corleonesi è confermato dalla ricostruzione di Gioacchino Pennino, il quale racconta i rapporti tra Gelli e Bontade e la frattura che si era determinata nel 1979 quando Gelli non appoggia il progetto di golpe separatista sostenuto da Bontade, per organizzare il quale Michele Sindona ha fatto il famoso viaggio in Sicilia quando ha simulato il suo rapimento.
Secondo Pennino, Gelli ha un ruolo nella riorganizzazione dei rapporti fra mafia e massoneria voluta dai corleonesi (in particolare da Bernardo Provenzano) con la costituzione del Terzo Oriente, e cioè un'organizzazione massonica ancora più “coperta” nata per “riciclare” l'esperienza della P2 dopo la scoperta degli elenchi a Castiglion Fibocchi e dopo la morte di Bontade, fatti che si collocano a poco più di un mese di distanza tra loro (17/3/1981 e 23/4/2981).
Sono accertati anche i rapporti (telefonate, incontri a Roma e ad Arezzo, appuntamenti annotati nell'agenda di Gelli e utenze telefoniche annotate nella sua rubrica personale) di Licio Gelli con Luigi Capuano, gioielliere romano strettamente legato fin dagli anni Settanta alla criminalità organizzata napoletana (Michele Zaza), romana (Banda della Magliana) e a esponenti di spicco di Cosa Nostra, e in particolare ad Alfredo Bono, uomo d'onore della famiglia di S.Giuseppe Jato e grosso trafficante di stupefacenti.
Dalle indagini della Dia risultano anche le presenze alberghiere di Licio Gelli e Alfredo Bono presso l'hotel Ambasciatori (residenza abituale romana di Licio Gelli) nell'estate '91.
Ancora, conferme dei rapporti di Licio Gelli con la criminalità organizzata legata a Cosa Nostra e in particolare a Pippo Calò, sono presenti nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori provenienti dalla Banda della Magliana (...).
I rapporti di Gelli con ambienti della criminalità organizzata pugliese, e in particolare della Sacra Corona Unita, vengono raccontati nelle dichiarazioni del collaboratore Marino Pulito. Non minore è la mole degli elementi relativi ai rapporti di Gelli anche con la criminalità organizzata calabrese, come viene raccontato nelle dichiarazioni di Bruno Villone al pubblico ministero di Catanzaro nell'indagine sulle logge massoniche locali nelle quali vengono descritti i rapporti tra Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie. Bruno Villone, vigile urbano presso il comune di Vibo Valentia, ha infatti riferito di avere personalmente visto, di frequente dall'agosto 1989 in poi, Licio Gelli a Vibo Valentia assieme a Stefano Delle Chiaie e in particolare di aver visto Licio Gelli frequentare fino al 1993 la sede di una loggia massonica locale. Le indagini hanno confermato la frequentazione di Delle Chiaie di un'emittente televisiva locale avente sede a Vibo Valentia.
Dei rapporti di Licio Gelli con la criminalità organizzata calabrese e in particolare con il piduista Carmelo Cortese ne parla Massimo Pizza e di questi rapporti gli investigatori hanno trovato riscontro nelle annotazioni dei numeri telefonici di Cortese rinvenuti nelle agende sequestrate dagli inquirenti a Licio Gelli”.


[...]

Le dichiarazioni di Salvatore Cancemi

Fin dal 1976 Cancemi entra a far parte della “famiglia” di Cosa Nostra di Porta Nuova a Palermo, prima come “uomo d'omore”, poi intorno al 1982 copodecina. Successivamente diventa il “vice” di Pippo Calò, che sostituisce in modo stabile dal 1985 (quando Calò viene arrestato), sia nella direzione del mandamento, che nel posto, che a Calò spetta, nella commissione provinciale di Palermo.
[...]

Vediamo ora le dichiarazioni che Salvatore Cancemi ha rilasciato in dibattimento e che sono poi state riportate nella sentenza del 9/12/1999 della Corte d'Assise di Caltanissetta nel processo contro Agate Mariano ed altri (il cosiddetto Borsellino ter).[...]

“CANCEMI SALVATORE:... a me nel 1990 o '91, ... non sono preciso nella data,... un giorno mi ha mandato a chiamare Riina in presenza di Ganci Raffaele e mi disse di comunicare a Vittorio Mangano che si doveva mettere da parte, che lui aveva nelle mani a Dell'Utri e Berlusconi [...]: “Quindi, dicci che si metta da parte. Se lui ti dice che non si vuole mettere da parte, dicci che io mi ricordo che Vittorio Mangano ci ha regalato una 357 Magnum a Stefano Bontade”. Che cosa mi ha voluto dire con questa 357 Magnum? Che siccome era... per lui era un gesto che aveva fatto brutto, il Vittorio Mangano, che ci aveva regalato questa pistola al suo nemico, quindi mi disse queste cose. E allora io, dopo che mi ha detto questo, sono andato ad incontrare a Vittorio Mangano. Incontrando a Vittorio Mangano ci dissi: “Vittorio, mi devi fare una cortesia, perché...”. Perché ci sono andato io? Vi spiego [...]: perché Vittorio Mangano era un soldato di Porta Nuova [...], quindi lo dovevo chiamare io per dircelo. E c'ho detto: Vittorio, senti qua, tu mi devi fare una cortesia, senza che fai nessuna domanda, mi devi fare una cortesia: tu queste persone, Berlusconi, Dell'Utri, li devi lasciare stare, che Salvatore Riina se l'ha messo nelle mani lui, perché mi disse che è un bene per tutta 'Cosa Nostra', quindi non mi fare altre domande, non mi dire niente”. E il Vittorio Mangano con me, siccome lui lo sapeva che io lo volevo bene e lui mi voleva bene pure a me, si... diciamo, si è allargato un pochettino, nel senso... nel senso che mi disse, dici: “Ma Totuccio [...], tu sai, ha una vita che io... ce l'ho nelle mani io, che ci sono vicino, tu lo sai, ora tutto assieme io mi devo mettere da parte?” “Vittorio, fammi questa cortesia, non mi fare domande, perché quando quello mi dice che è un bene per tutta Cosa Nostra, io non ci posso dire niente, perché quando mi dice è un bene... non è che è una cosa personale, mi dissi: 'E' un bene per tutta Cosa Nostra'”. Quindi, poi un'altra... in un'altra situaz... in un altro periodo, sempre però vicino a quella data che ho detto, '90-'91, il Riina mi ha mandato a chiamare e mi disse che c'era la Fininvest, appunto di Berlusconi, Dell'Utri, che era interessata a comprare tutta la zona vecchia di Palermo [...], che interessava a queste persone. Io c'ho detto: “Va bene”. Poi l'ho fatto sapere a Franco Mulè, che è il capodecina di Palermo, Franco Mulè, ci dissi: “Franco, c'è sta situazione, così così. Poi ci penso io, me la sbrigo io”. Quello non mi ha detto niente: “Va bene, va bene, te la sbrighi tu, fai tu, non ti preoccupare”. Quindi, sto cominciando di qua per arrivare che il Riina Salvatore, lui mi disse a me che erano queste persone che lui aveva nelle mani per... per queste cose, diciamo, questi benefici, chiamiamoli così, per queste cose che noi speravamo, diciamo, di avere. E infatti di queste persone a Riina ci mandavano duecento milioni, un contributo per “Cosa Nostra”, che questi soldi sono passati anche dalle mie mani, l'ho visti con i miei occhi [...] di tramite era Gaetano Cinà, Gaetano Cinà. Questo era il tramite, diciamo, che faceva per queste persone. Quindi, arrivavano questi duecento milioni a “Cosa Nostra” facendo questo giro: il Cinà ce li dava a Pierino Di Napoli, Pierino Di Napoli ce li dava a Ganci Raffaele e io e Ganci Raffaele ce li portavamo a Riina. Quindi, questo era un contributo che mandavano queste persone a Riina Salvatore. Quindi, io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente; vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava, si... con queste persone. Questo, diciamo, quello che... quello che ho capito io e quello che ho vissuto io direttamente, che Riina, diciamo, aveva queste persone nelle mani.
[...]
sempre erano questi l'argomento che lui principalmente trattava quando ci riunivano là. L'argomenti erano questi qua, il peso era questo che lui aveva di questi pentiti, di screditare i pentiti, e lui con me parlava di questi personaggi che lui aveva nelle mani, appunto perché c'era questa... questo giro, [...] il giro è tutto uno: lui riceveva questi duecento milioni di contributo di queste persone, che questi soldi passavano delle mie mani e arrivavano a Riina Salvatore.
P.M. dott. DI MATTEO: Come si doveva arrivare a screditare i pentiti nelle intenzioni del Riina?
CANCEMI SALVATORE: Giuardi, si... io, diciamo, nel specifico non si siamo andati, però si doveva arrivare tramite modifiche delle Leggi, modificare delle situazioni, diciamo così; così.
P.M. dott. DI MATTEO: Rinna fece riferimento anche ad altri obiettivi oltre a quello di arrivare a modificare delle Leggi in relazioni alle dichiarazioni dei pentiti? Ricorda se si parlava anche di altri obiettivi che “Cosa Nostra” voleva perseguire in quel periodo? Obiettivi di tipo, tra virgolette, legislativo-politico, non so, di politica giudiziaria?
CANCEMI SALVATORE: Sì, lui parlava di... l'obiettivi erano di fare, appunto, modificare delle Leggi e di fare cambiare questa Legge sui pentiti, tutte queste cose, diciamo, al punto che vi annullavano questa, questa credibilità, questa cosa dei pentiti, perché lui diceva che il male a noi ce lo fanno loro, perché “si potevano mettere tutto... tutto il mondo contro di noi – dice – non... non ci potevamo fare niente. Sono loro quelli che ci stanno portando questo danno”. C'entra altre cose pure di... il 41-bis. Insomma, si parlava di tutte queste cose, diciamo, che lui stava portando avanti.
P.M. dott. DI MATTEO: Senta, per un'esigenza proprio di capire bene quello che lei sta dichiarando: per quello che lei sa, per quello che eventualmente le fu detto, tra questo tentativo di cambiare queste Leggi, di cui lei ha fatto ora generico riferimento, e la strage di Capaci e Via D'Amelio c'era un collegamento? C'è un nesso di carattere logico e causale? Glielo spiego subito il significato della domanda. Lei ha detto che in quel periodo più volte, mentre si parlava anche di preparare l'eliminazione del dottor Falcone prima, del dottor Borsellino dopo, il discorso, il chiodo fisso di Riina era questo. Allora io voglio capire se le due cose, per quello che lei sa, hanno un collegamento, le stragi da una parte, questi obiettivi che si volevano raggiungere da parte di Riina dall'altra.
CANCEMI SALVATORE: Ma guardi, dottor Di Matteo, io le posso dire con assoluta certezza che Riina, quando parlava di queste cose, metteva nel mezzo questi nomi, diciamo, di persone. Quando lui faceva il ragionamento che si dovevano cambiare queste Leggi, lui diceva che queste persone noi li dobbiamo garantire ora e nel futuro di più. Faceva tutti questi ragionamenti, diciamo, quando proprio si parlava, si andava nell'argomento di questi... cambiare queste cose, queste regole, specialmente sui pentiti, sul 41-bis e tutte queste cose. Lui tirava in mezzo queste persone, diceva: “Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci devono portare bene”. Insomma, pronunziava tutte queste parole, diciamo appunto quando c'erano l'argomenti che si trattavano dei pentiti.
P.M. dott. DI MATTEO: Lei ora ha tracciato un collegamento tra l'argomento, diciamo, obiettivi di cambiare le Leggi e queste persone, Berlusconi e Dell'Utri. La mia domanda era diversa, signor Cancemi: se c'è un collegamento, per quello che le risulta, tra questi obiettivi di cambiare la normativa in materia di pentiti, per esempio, e le stragi, l'eliminazione, in particolare, qui stiamo parlando del dottor Borsellino, quindi in particolare le chiedo e l'eliminazione del dottor Borsellino, per quello che lei sa.
CANCEMI SALVATORE: Guardi, io posso rispondere a questa sua domanda così, dottor Di Matteo: quando io stavo andando quando c'erano le preparazioni per le stragi di Falcone, del dottor Falcone, io ero in macchina con Raffaele Ganci, Stavamo andando là e Ganci Raffaele mi disse, con pochissime parole: “'U zù Totuccio si incontrò con persone importanti”. Questo io... le cose che io vi posso riferire, le cose che io vi posso dire. Quindi, stavamo andando là, nella villetta dove ci sono... dove si è preparato quell'attentato e Raffaele Ganci mi disse che 'u zù Totuccio si... si incontrò con persone importanti. Quindi, se io devo fare una logica, diciamo, ma posso... posso dire solo per logica, diciamo, i discorsi,i discorsi portano là, diciamo, i discorsi sono questi che si facevano in quel periodo.
P.M. dott. DI MATTEO: A che proposito glielo disse Ganci che lo zio Totuccio si era incontrato con persone importanti? Riferendosi a che cosa, a quali fatti, a queli progetti?
CANCEMI SALVATORE: Guardi, lui me l'ha detto secco, così;mentre noi stavamo andando in quella villetta, in un tratto... perché guidava lui la macchina, che era sua, ero accanto a lui, apre la bocca e mi dice “'U zù Totuccio si incontrò con persone importanti”. Basta, non mi ha detto altro, mi ha detto queste parole. [...]
P.M. dott. DI MATTEO: [...] Lei in quel momento, 1992, sapeva se questi soggetti di cui lei ha parlato, quindi Berlusconi e Dell'Utri, ricoprivano cariche istituzionali, incarichi politici, se erano membri del Parlamento, del Governo? Se ricoprivano, più genericamente, incarichi di tipo politico-istituzionale in quel momento.
CANCEMI SALVATORE: No, io questo, diciamo, non... non lo sapevo, diciamo, che cariche avevano, diciamo, proprio specifiche non lo sapevo. Io parlo per me.
P.M. dott. DI MATTEO: Riina fece mai riferimento a come questi soggetti avrebbero potuto influire positivamente sul cambiamento di quelle Leggi di cui ha parlato?
CANCEMI SALVATORE: No, lui, Riina, diciamo, non... non si spiegava, diciamo, non faceva sapere tutto, diciamo tutto e di tutti; queste cose non... non è che li sbandierava, diciamo, propria punto per punto, come si doveva muovere, come doveva fare. Queste cose lui, ripeto, quelle cose che ho detto prima, che io c'ho sentito dire della bocca di Riina, e in presenza di Ganci Raffaele, Biondino e La Barbera Michelangelo.
P.M. dott. DI MATTEO: ... lei sa se le stragi del '93, intendo quelle di Roma, Firenze e Milano, sono riconducibili anche all'attività di “Cosa Nostra”?
CANCEMI SALVATORE: Sì.
P.M. dott. DI MATTEO: Ecco. Le chiedo, sempre non le sto chiedendo particolari: lei sa per quali motivi “Cosa Nostra” si adoperò per porre in essere quegli attentati a Roma, Firenze e Milano?
CANCEMI SALVATORE: Io quello che ho saputo il filo è tutto uno, l'aggancio è tutto uno, i motivi sono tutti uguali, gli interessi sono tutti uguali.
P.M. dott. DI MATTEO: Questo da chi l'ha saputo intanto, che gli attentati del '93 avevano le stesse, diciamo finalità di quelli del '92?
CANCEMI SALVATORE: Io questo l'ho saputo da Provenzano, oltre diciamo, tutti i discorsi di Riina, da Provenzano quando lui mi disse che le cose dovevano andare avanti, per come stavano andare avanti, cioè che... per come sono andati avanti, perché tutti... quello che aveva fatto 'u zù Totuccio do... dobbiamo seguire. Quindi queste cose sono state fatte, diciamo, un filo... il filo è tutto uno, diciamo, di... di quello che mi ha detto Provenzano, di queste stragi.
P.M. dott. DI MATTEO: E lei sa se l'iniziativa di fare le stragi del '93 venne da “Cosa Nostra” o venne da altri?
CANCEMI SALVATORE: Ma io... quello che io so, quello che posso dire, quello che io so, come diciamo... la parte esecutiva è sempre “Cosa Nostra”, la parte esecutiva, però gli interessi sono sempre... come io vi ho spiegato, il filo è sempre quello là.
P.M. dott.ssa PALMA: ... nel '92 io voglio capire, cioè se – lei ha detto che il filo conduttore era unico – se Provenzano era anche [...] consapevole e consenziente sulle stragi del '92.
CANCEMI SALVATORE: Come? Scusi, quando lui mi dice... quando... basta queste parole, quando lui dice: “Dobbiamo andare avanti come abbiamo portato le cose prima cù 'u zù Totuccio”, quindi questo che significa? Questa per me è un bollo, quando si ci mette un bollo in una cosa, diciamo, quando dici: “Dobbiamo... dobbiamo continuare ad andare avanti come siamo andati con quello che abbiamo fatto cù 'u zù Totuccio”. Quindi che ci sono... ma su questo e su altre cose io vi poso dire che non ci sono dubbi, perché il Riina più volte ci diceva a noi che lui e Provenzano erano una stessa persona e quindi tutto quello che stavano portando avanti lo portavano avanti assieme; quante volte ce lo spiegava...
[...[
P.M. dott.ssa PALMA: E allora le faccio una domanda più diretta, signor Cancemi: io vorrei sapere da lei, se lei ne è a conoscenza, se qualcuno glielo ha riferito, se nel periodo in cui... cioè se in qualche modo la situazione politica del '92 abbia avuto influenza sulle stragi.
CANCEMI SALVATORE: Mah, guardi, io mi devo riportare... ecco, e siamo... perché il nodo è quello là; io magari mi esprimo con questa espressione, dico il nodo. Mi devo riportare a quello che ho detto prima, quindi qua c'era un interesse di come spiegava Riina, diciamo, di... di queste cose, di queste stragi. Quindi l'interesse era quello là, quando Riina diceva: Queste persone noi li dobbiamo garantire ora e nel futuro di più, perché questo è un bene per tutta 'Cosa Nostra'”. Quindi, pure se lui magari non si apriva definitivamente con... mi faceva sapere tutto, però queste cose già a me mi bastavano, diciamo, per... per capire come... com'era la situazione. Quindi questo qua quello che io posso dire, diciamo, la cosa più forte che io ho vissuto e ho assistito con Riina sono queste... queste cose qua; poi, se c'è qualche altra domanda specifica, me la faccia...
[...] P.M. dott.ssa PALMA: Senta, signor Cancemi, nel frattempo vengono... prima di via D'Amelio, vengono uccisi l'onorevole Lima ed il dottor Falcone. Io le ho fatto una serie di domande. Lei è a conoscenza di collegamenti di queste due morti, con tutte le domande che le ho fatto fino a ora del momento politico?
CANCEMI SALVATORE: Sì, il filo è tutto uno; attenzione, il filo... il filo è là. Poi ci possono essere delle cose particolari, come io ho notato sul dottor Borsellino, ma il filo è là, diciamo; attenzione il filo è quello là, non... non ci confondiamo, perché la verità è questa... quella che vi spiego io.
P.M. dott.ssa PALMA: Eh, il filo è quello là...
CANCEMI SALVATORE: Sì.
P.M. Dott.ssa PALMA: L'onorevole Lima perché viene ucciso?
PRESIDENTE: L'ha già detto.
CANCEMI SALVATORE: io quello che ho saputo da Riina, perché non ha... non ha manetnuto.
P.M. Dott.ssa PALMA: Non ha mantenuto...
CANCEMI SALVATORE: l'impegni, quelli che aveva preso lui, Andreotti, queste persone.
P.M. Dott.ssa PALMA: Ecco, adesso io vorrei capire una cosa: nel momento in cui viene ucciso l'onorevole Lima, lei è a conoscenza se “Cosa Nostra” ha già dei nuovi referenti politici, degli altri referenti politici, anche vecchi?
CANCEMI SALVATORE: Eh, quindi, io le posso dire questo, che già d'era stato... c'era stato quando lui mi aveva mandato a chiamare e mi disse il discorso di Vittorio Mangano, quindi già mi aveva creato questa conoscenza, mi... mi aveva messo a conoscenza di queste persone che lui... avevano questi interessi sull'acquisto di tutta la zona vecchia di Palermo, sul fatto che se l'era messo nelle mani lui e Vittorio Mangano si doveva ritirare, quindi quelli... i 200 milioni che arrivavano di contributo a Riina, già queste cose c'erano, diciamo, si... stavano andando avanti.
P.M. Dott.ssa PALMA: E a questo proposito, siccome lei ha parlato di 200 milioni di contributo – tanto la domanda, se non gliela faccio io, gliela faranno o gli avvocati o il Presidente – io voglio capire che tipo di contributo era.
CANCEMI SALVATORE: Ma, guardi, io le posso dire...
P.M. Dott.ssa PALMA: A che titolo veniva versato?
CANCEMI SALVATORE: Ma il tutolo, quello che so io, lui parlava che era un contributo che ci arrivava a lui da queste persone. C'era stato pure che loro, che so, si muovevano sul... sul territorio di Palermo, però lui non parlava di altre cose, diciamo; lui parlava che era un contributo che ci arrivava a lui di queste persone. Questo lui ci... ci spiegava a noi. E io mi ricordo che una volta, quando sono arrivati questi soldi, lui mi ha fatto anche un regalo a me, se posso dire così un regalo, mi... mi ha dato cinque milioni a me il... il Riina. Quindi lui parlava che queste persone ci facevano avere questi soldi a lui per un contributo, quello che diceva Riina.
P.M. Dott. DI MATTEO: Da quanto tempo durava questa situazione?
CANCEMI SALVATORE: Ma, guardi, io questa situazione finché io... da quando me la ricordo, da quando lui... da quando lui mi mandò a chiamare, che credo che è stato nel '90; però non... non escludo che magari c'era stato anche un po' prima, diciamo, di questa data; fino quasi all'arresto di Riina funzionava questa cosa.
P.M. Dott.ssa PALMA: E ogni quanto venivano versati questi 200 milioni?
CANCEMI SALVATORE: Ma io mi ricordo che lui di... parlava o sei mesi oppure un anno, ogni sei mesi oppure ogni anno.
[...]
AVV. CRESCIMANNO: Sa se vi fosse particolare attenzione di Riina, a questo punto devo ritenere, sulle indagini relative agli appalti e i cosiddetti rapporti mafia e appalti? Sia a livello locale...
[...]
CANCEMI SALVATORE: Sì, questo c'era da parte di Riina, diciamo, che... che il dottor Borsellino stava indagando, di... di questi appalti, mafia e appalti, queste cose c'erano pure nei discorsi che faceva Riina. Era, diciamo, un complesso di cose che poi lui li metteva tutti assieme e la finalità era quella là, diciamo, di queste cose che lui doveva comunicare al più presto possibile. Ma anche queste cose c'erano, pure parlava a volte Riina di queste cose.
AVV. CRESCIMANNO: Quindi Riina metteva in collegamento le indagini sugli appalti e Berlusconi e Dell'Utri? Cioè...
CANCEMI SALVATORE: E pure, pure le metteva, diciamo, queste... queste cose sul dottor Borsellino pure le metteva, come voglio dire, nei discorsi che lui faceva.
AVV. CRESCIMANNO: Cioè, collegava anche il discorso Berlusconi e Dell'Utri nelle indagini sugli appalti? Sì o no? Cioè, erano discorsi...
CANCEMI SALVATORE: Lui... lui non faceva... non diceva, diciamo, un discorso specifico così come lei sta spiegando. Diceva lui che anche c'era, per dire, il dottor Borsellino che stava indagando... indagando per questi... questi appalti, queste cose e questi era... faceva capire che era pure uno dei motivi, diciamo, che questa... questa premura che lui aveva.
[...]


Le dichiarazioni di Camcemi non solo le sole a parlare dell'intervento di persone esterne a Cosa Nostra nel periodo stragi. Anche le dichiarazioni del pentito Tullio Cannella sembrano indicare uno scenario simile a quello descritto da Cancemi, anche se Cannella però si guarda bene dal fare nomi. Questa in sintesi la sua testimonianza al processo Borsellino bis riportata dall'Ansa del 18/10/1997.

La strage di Capaci e quella di via D'Amelio hanno motivazioni e finalità diverse: in particolare la seconda “venne eseguita per fare una cortesia ad altre persone” quasi certamente estranee a Cosa Nostra. Cannella però si è rifiutato di fare i nomi dei “beneficiari” della strage puntualizzando di averne già detti alcuni nell'ambito di un'altra inchiesta giudiziaria “in un contesto molto più ampio”. Cannella ricorda che nel 1993 organizzò insieme a Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, un movimento politico indipendentista “Sicilia Libera”, “perché era venuta meno la fiducia nei politici per favori ricevuti e non ricambiati”. Il progetto secondo Cannella, non si concretizzò perché nasque Forza Italia, e per “allentare certe pressioni”, sempre secondo Cannella, Cosa Nostra si “adoperò” per farla votare. Il pentito ha detto che Bagarella “sapeva fin dall'ottobre-novembre 1993 che si stava preparando un movimento sotto la guida di Berlusconi”, ma che ne ebbe la conferma nel gennaio 1994.
Del resto, l'ipotesi di un movente occulto delle stragi, convergente con quello “tradizionale” di Cosa Nostra, viene già avanzato dalla Dia nelle informative del 4 marzo 1994, quando rileva “talune anomalie rispetto agli schemi comportamentali tradizionali di Cosa Nostra”. La Dia giunge all'ipotesi “che si fossero inserite nell'azione mafiosa patologie esterne”, analizzando la strage di via D'Amelio, sulla base di un dato storico incontrovertibile: la strage viene eseguita pochi giorni prima che si concludesse in Parlamento la discussione sulla conversione in legge del Decreto Legge sul 41-bis e il dibattito parlamentare ha mostrato resistenze da parte di varie forze politiche alla conversione di alcune norme, e appare poco consono alla tradizionale prudenza di Cosa Nostra avere impresso una accelerazione all'esecuzione della strage, finendo così per agevolare la rapida conversione in legge del decreto con una serie di significativi inasprimenti.

[...]

L'ex consulente del gruppo investigativo sulla strage di Via D'Amelio, Gioacchino Genchi avanza una ipotesi investigativa già illustrata a suo tempo ai magistrati di Caltanissetta. Secondo il teste, le persone che hanno premuto il pulsante che ha provocato l'esplosione, non si potevano trovare nelle vicinanze di Via D'Amelio perché sarebbero state raggiunte dall'onda d'urto. Gli investigatori avevano individuato come possibile base il Castello Utveggio, che sovrasta la città, dove ha sede la scuola di formazione del Cerisdi e dal quale con un binocolo si poteva controllare la strada in cui avvenne la strage. In questo punto di osservazione, cioè nel Castello Utveggio, secondo Genchi, si sarebbe insediato per un periodo un gruppo del Sisde. Il funzionario fa notare alla Corte che nei tabulati di Scotto, un membro di Cosa Nostra indagato nelle strage, risulta la chiamata a un numero telefonico intestato al Cerisdi.


Qualche passaggio tratto da
“I complici – tutti gli uomini di Bernando Provenzano
da Corleone al Parlamento”

di Lirio Abbate e Peter Gomez

I colloqui intavolati con il braccio destro di Berlusconi [Marcello Dell'Utri – ndr] hanno una quasi immediata ripercussione sui vertici di Cosa Nostra.
Nino Giuffrè se ne accorge nelle riunioni alle quali partecipa con lo zio Binu. Gli uomini d'onore parlano sempre più spesso di politica perché quello che accadrà a Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi dipende il futuro di tutti loro. Giuffrè racconta: “Verso la fine del 1993 già si aveva il sentore che si stesse muovendo qualcosa d'importante nella politica nazionale. Si cominciava a parlare della discesa in campo di un personaggio molto importante: Berlusconi. All'interno di Cosa Nostra venivano portate queste notizie che per un certo periodo sono state al centro d'incontri, di dibattiti, di valutazioni molto, ma molto attente. Cioè tutte le persone che avevano sentore, notizie di questo movimento che stava per nascere, trasmettevano quello che sapevano a Cosa Nostra all'interno della quale noi, e in modo particolare Provenzano, ne valutavamo l'affidabilità. Inizia così, appositamente, un lungo periodo di discussione e nello stesso tempo di indagine, per vedere se questo era un discorso serio che potesse interessare a Cosa Nostra per potere curare quei mali che affliggevano Cosa Nostra, che erano stati causa di notevoli danni. [...] Abbiamo degli incontri, delle riunioni, assieme, appositamente per discutere, per valutare come ci dovevamo comportare, fino a quando il Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buoni mani, che ci potevamo fidare. Per la prima volta Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all'interno di Cosa Nostra e poi successivamente estrinsecarlo all'esterno, il discorso di Forza Italia”.
Binu il ragionerie, insomma, decide con calma. Dopo che il suo compagno Riina ha puntato sui cavalli sbagliati (i socialisti) sa di non potersi permettere errori. Sia per il bene della mafia, sia per se stesso. Per diventare il capo dei capi deve dimostrare a tutti gli altri di essere in grado di far transitare l'organizzazione criminale fuori dalle secche in cui era finita dopo le stragi. Poi, quando i suoi più stretti consiglieri gli dicono che davvero di Dell'Utri ci si può fidare, dice: “Va bene, appoggiamo Forza Italia”.
Anche il suo grande avversario, il pretendente al trono di Riina, Luciano Bagarella, accetta con entusiasmo la decisione.
Ai primi di gennaio del 1994 Bagarella convoca il factotum a cui aveva dato l'incarico di fondare, l'8 ottobre 1993, il movimento indipendentista Sicilia Libera e gli spiega di non aver più intenzioni di finanziarlo. Di lì a poco Sicilia Libera, il 18 febbraio 1994, si trasforma in un club azzurro. [...]


NDR
Teniamo presente che puntualmente nelle seguenti legislature, quelle della cosiddetta Seconda Repubblica, furono approvati quei provvedimenti per ostacolare le indagini antimafia (governi di Centro-Destra e governi di Centro-Sinistra, passando dalla Bicamerale), fu varata la riforma della normativa sui Collaboratori di Giustizia (elaborata da Giorgio Napolitano e Giovanni Maria Flick) che ha disincentivato ogni sorta di collaborazione (approvata con il Governo D'Alema ed il plauso del Polo), per arrivare all'apoteosi della riforma costituzionale (la Devolution) e la contro-Riforma dell'Ordinamento Giudiziario varate dall'ultimo Governo Berlusconi (promossa da Roberto Castelli della Lega Nord), insieme a tutta la collezione di leggi vergogna (tutte ancora in vigore!), per passare all'approvazione da parte dell'attuale Governo Prodi delle “Zone Franche”, la timida modifica della contro-Riforma dell'ordinamento giudiziario varata dal Polo, i tagli ai reparti investigativi ed alla magistratura, per arrivare all'apoteosi dell'Indulto anche per i reati chiaramente connessi all'associazione mafiosa, partendo dal voto di scambio. Anche il regime del 41 bis è stato via via indebolito, anche se il famoso decreto “salvamafiosi” e “salvaladri” del primo Governo Berlusconi (con Alfredo Biondi nelle vesti di Ministro della Giustizia e Roberto Maroni – della Lega Nord – in quelle di Ministro degli Interni) ebbe vita breve per la mobilitazione contraria che si sollevò dal Paese.
Intanto grazie alla guida del Demanio – costantemente in mano all'Arch. Spitz sia con i governi di Centro-Destra sia con quelli di Centro-Sinistra e la costante sponsorizzazione di Vincenzo Visco – è stata resa colpevolmente inefficace la legge Rognoni-La Torre sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, mentre sempre Vincenzo Visco si è dimenticato di far pagare quasi 100 milioni di euro di evasione alle società di videopoker e slotmachine controllate da società legate a partiti e mafia. Niente male no? Ah oggi c'è Clemente Mastella al Ministero della Giustizia, il testimone di nozze e compagno di partito di Francesco Campanella, uomo d'onore della famiglia di Vilabbate di Cosa Nostra, che usava la banca – Credito di Sicilia – per gli affari della mafia e che tanto si adoperò per supportare la latitanza di Bernardo Provenzano. Si lo stesso Mastella dell'Indulto e lo stesso che ha violato la Costituzione per far sostiuire il magistrato che stava indagando su di lui, Romano Prodi, Lorenzo Cesa e tutto quel comitato d'affari che dalla Calabria portava a uomini della vecchia P2 e ad una nuova loggia massonica coperta, affossando quindi l'inchiesta Why Not. Niente male, no? E se Contrada parlasse? Dicesse tutto quello che sa? Tutto lo schieramento politico trasversale che ha stretto alleanze e patti scellerati con Cosa Nostra sarebbe finito... Ecco perché Contrada, con il suo legale Lipera, continua nell'azione di delegittimazione del Potere Giudiziario, dei collaboratori di giustizia e delle indagini su Cosa Nostra ed i suoi legami con massoneria, politica e pezzi dello Stato. D'altronde la stessa operazione mediatico-politica (delegittimazione del Potere Giudiziario, dei collaboratori di giustizia e delle indagini su Cosa Nostra ed i suoi legami con massoneria, politica e pezzi dello Stato) è stata già compiuta in occasione della negazione della sentenza definitiva della Cassazione con cui Giulio Andreotti è stato riconosciuto colpevole del reato di associazione mafiosa con Cosa Nostra sino alla primavera del 1980 (reato commesso e prescritto). Media e politica, unanimemente hanno detto e ripetuto che Andreotti “era stato assolto” ed era stato “vittima di una persecuzione giudiziaria”, mentre veniva addirittura approvato un decreto con cui si impediva a Giancarlo Caselli, ex procuratore di Palermo, di concorrere alla nomina di Procuratore Nazionale Antimafia.








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