22.05.2007
Woodcock punta sulle Logge
Ritorna l’intreccio mafia-politica-massoneria
di C. Abbondanza

Il Pm di Potenza John Henry Woodcock ha inviato a tutte le Prefetture d’Italia la richiesta di consegna degli elenchi degli aderenti alle Logge massoniche sparse in tutto il paese. Le logge massoniche segrete farebbero parte del grande comitato d’affari che opera indisturbato in Basilicata e in Calabria. I “liberi muratori” occuperebbero punti strategici dell’amministrazione pubblica, della magistratura, della politica, delle alte gerarchie ecclesiastiche ed anche nella ‘ndrangheta. L’indagine è incorso da un anno con elementi consistenti e che per la presenza di una “talpa” ha dovuto vedere un’accelerazione. Una delle indagini che ha fornito elementi sull’attività delle logge massoniche coperte con le infiltrazioni nelle Istituzioni con conseguente condizionamento nei settori degli appalti e dei finanziamenti europei che arrivano in Basilicata e Calabria acquisicono ulteriori elementi da quella su Vittorio Emmanuele quella su Vallettopoli e quella sul faccendiere Massimo Pizza. Proprio per un comitato di affari abbiamo assistito poche settimane fa alla “decapitazione” del palazzo di Giustizia di Potenza. Mentre la politica si scagliava contro Woodcock e Mastella lo innondava di ispezioni a seguito di lamentele e segnalazioni di altri magistrati di Potenza, è stata scoperto che erano proprio i magistrati che attaccavano Woodcock a essere parte integrante del “comitato d’affari”. Naturalmente di questo i politici e il buon Mastella non si erano accorti, per fortuna la DDA di Catanzaro ed il CSM si. Agli atti dell’indagine sulla massoneria vi sono anche intercettazioni telefoniche dell’ex dirigente dell’ufficio magistrati del ministero della Giustizia ora procuratore a Civitavecchia, Vincenzo Barbieri e il gran cerimoniere del Vaticano, monsignor Francesco Camaldo. Una di queste conversazioni con Massimo Pizza si parla di “guerra di logge massoniche segrete tra San Marino e la Basilicata ”. Non è quello di Potenza un caso a sé. Pochi mesi fa abbiamo assistito al terremoto giudiziario, con collusioni e rapporti stretti di affari con gli ‘ndranghetisti dei Mancuso a Vibo Valentia. Sappiamo dei rapporti politica affari mafia nella Locride e sappiamo, lo abbiamo detto, che chi sa tace. La storia dei rapporti tra ‘ndrangheta (ma anche cosa nostra) e massoneria, e con questa con politici imprenditori e servizi è antica. La santa è stata tanto indagata quanto protetta. Dobbiamo ripartire dai tempi dei fratelli Giuseppe e Girolamo – detto Mommo – Piromalli, Antonio Macrì e Domenico Tripodo ‘ndranghetisti che intrattenevano i rapporti con cosa nostra a cui erano affiliati. Solo gli appartenenti alla santa erano autorizzati ai rapporti con i rappresentanti delle Istituzioni finalizzati ad incrementare ed agevolare gli affari nonché di procurarsi coperture politiche giudiziarie. Il siciliano Gaetano Costa importante collaboratore di Giustizia alla DDA di Reggio composta tra gli altri da Boemi, Mollace, Pennini, Verzera, affermava “poiché Mommo Piromalli era notoriamente massone e, comunque, vicinissimo ad ambienti della massoneria, per qualificare e differenziare ulteriormente la società della “santa” da quelle minori, lo stesso introdusse o, comunque fece conoscere, la regola secondo cui ogni componente società della santa poteva entrare a far parte della massoneria. Quest’ultima circostanza mi venne rivelata da Peppino Piromalli, persona a cui ero molto legato e che aveva grande stima di me (…), mi chiamò in disparte e mi disse che, poiché dopo qualche tempo sarei uscito dal carcere, avrei potuto avere l’occasione di entrare nella massoneria o, comunque, conoscere componenti di tale organizzazione, che mi avrebbero potuto aiutare in tutte le mie esigenze, non ultima quella di una aggiustatina ai processi. I rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria hanno quindi radici antiche. “In occasione del golpe Borghese – scrive l’avvocato Alfredo Galasso – Si allacciarono molteplici relazioni tra la P 2 e le eversioni di destra, destinate a durare. Ad esempio Remo Orlandini, quello che si era occupato di bloccare i gruppi militari già entrati in azioni, era indicato come appartenente alla P2 nel rapporto Santillo del 1976. Piduista era il generale Miceli, che tentò poi di intralciare le indagini della Magistratura. Diversi imputati nel processo Borghese risultano iscritti alla P2. Implicato nel golpe era Alfredo De Felice: i neo fascisti Enzo Calore e Paolo Oleandri hanno raccontato che Gelli ebbe contatti con il movimento eversivo dei fratelli De Felice dal 1970 al 1979. il consigliere della DC alla regione Lazio Filippo De Iorio, che sostituì Orlandini alla guida del Fronte Nazionale e che si infiltrò come “talpa” alla presidenza del Consiglio fù in contatto con Gelli tramite Fabio De Felice e Oleandri. Lo stesso Oleandri che rivelò, successivamente, il ruolo di Gelli nella decisione di far rientrare i colpo di Stato.”

Ma visto che l’inchiesta va avanti e quanto già riconosciuto è molto, di questo intreccio mafia – massoneria – politica – affari, su questo ci torneremo presto.






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