05.02.2007 – L’Espresso
Non c'è differenza tra Afghanistan e Iraq
di Giorgio Bocca

In politica nascono dei tabù privi di fondamento ma che nessuno osa discutere, accettati con reverenza anche dai loro contestatori.

Per esempio che l'Afghanistan è una cosa diversa dall'Iraq, da lì non ci si può ritirare. Il nostro ministro degli Esteri D'Alema lo ripete come una verità rivelata, come un sacramento, con ragioni prive di peso e di coerenza, ma discese dal cielo, filiate dalla ragion pura.

Lo pseudo ragionamento su cui si basa la 'diversità' dell'Afghanistan è che l'esportazione della democrazia inattuabile in Iraq è invece possibile in Afghanistan ed è in corso d'opera. Basta tenere duro, basta correggere gli errori.

Nella realtà l'operazione è fallita nell'Afghanistan come nell'Iraq, le popolazioni di religione e di costume islamico non amano la democrazia, come non amano la cosiddetta civiltà occidentale: non le desiderano, le hanno ripetutamente combattute e rifiutate, sia che si presentassero sotto le bandiere dell'impero inglese che nelle bianche vesti dei missionari protestanti.

I sostenitori occidentali della democrazia esportata ricorrono, per sostenerla, alla più sciocca delle menzogne, che cioè la resistenza degli indigeni sia opera di non meglio identificati Mujeddin, uomini feroci e selvaggi discendenti del 'vecchio della montagna' che arrivano dal Wuziristan o da altre remote e inaccessibili regioni montane per uccidere i buoni cristiani e respingere la civiltà.

Ora dato il numero e la forza della resistenza afgana è evidente che si tratta di una pietosa menzogna consolatrice. È evidente che la rivolta dei talebani è una rivolta di locali, di afgani, che non tollerano invasori stranieri e che il governo del signor Karzai è un governo sostenuto dagli occupanti stranieri e da una minoranza non dissimile da quella che sosteneva il regime sovietico o russo che, a suo tempo, ebbe il buon senso di tornarsene a casa.

La disputa fra i partiti della sinistra se si debba o meno restare in Afghanistan appartiene poi alle miserabili dispute di partito. Rifondazione comunista di Bertinotti è disposta ad accettare la permanenza in Afghanistan non perché si sia convertita alla esportazione della democrazia, ma perché spera di ottenere dal governo Prodi delle concessioni in politica interna che chiama 'operazione equità', che nessuno sa bene in cosa consista.

Dice Scalfari che se Prodi dovesse abbandonare la partita, la nostra sinistra cesserebbe di esistere ma così come è sembra già in pessime condizioni.

La realtà amara è che siamo tornati alle guerre coloniali e le guerre coloniali sono sporchissime guerre. Mentre il nostro ministro degli Esteri disserta sulle ragioni politiche della nostra partecipazione che si richiamano poi alla solita politica delle armi, resta il fatto concreto che queste armi in Afghanistan non funzionano e perciò l'aviazione cristiana rade al suolo i villaggi afgani perché, dice, sono rifugio dei talebani o mujeddin, come chiamiamo oggi gli infedeli.

Le guerre coloniali o si vincono con strage dei più deboli o vengono sostituite dalle cooptazioni economiche, con i nemici che diventano soci in affari, come in Algeria o nel Vietnam. Tertium non datur e almanaccarci sopra è solo una perdita di tempo o un ravanar nel torbido.

Purtroppo è anche in discussione il gigantesco giro di soldi che coinvolge le strutture militari e le industrie. Prodi ha detto, da prodiano furbo, che la questione del raddoppio della base americana a Vicenza non è politica ma urbanistica. Il che non cambia la natura della questione. Che è certamente anche politica perché bisogna accettare pubblicamente che la nostra sovranità sia limitata, ma è anche una questione di soldi, di moltissimi soldi, che incassiamo per l'affitto e per la manutenzione.



29.01.2007 – Comunicato di Emergency
Emergency sul rifinanziamento
delle missioni militari all'estero


L'assenza dalla votazione di tre ministri dissidenti, dubbiosi o perplessi non modifica il significato degli atti di governo, meno che mai di un decreto legge approvato. Al di la' di alchimie simboliche e segnali esoterici, il governo ha deciso il rifinanziamento delle missioni militari all'estero, in particolare in Afganistan.

– Emergency ribadisce al riguardo la fondatezza e l'assoluta legittimita' della convinzione -di carattere culturale, filosofico, storico, morale, religioso...- che nei rapporti tra esseri umani e comunita' umane sia sempre e comunque da rifiutare il ricorso alla violenza.

– Emergency condivide le valutazioni secondo le quali l'impiego di militari italiani in Afganistan e' incompatibile con quanto prevedono e prescrivono la Costituzione della Repubblica Italiana e lo Statuto delle Nazioni Unite. L'insistenza nella ripetizione non trasforma in argomenti persuasivi le affermazioni contraddittorie di presidenti e ministri che chiamano «azione di pace» la partecipazione a una guerra.

– Non e' mai stata espressa, infine, una motivazione chiara e univoca della presenza di truppe italiane in Afganistan. Quali concreti obiettivi conseguiti farebbero ritenere che la «missione» avrebbe raggiunto il suo scopo? Non esiste risposta comprensibile a questa domanda. In queste condizioni, il protrarsi della «missione» risulta immotivato e insostenibile anche per chi ne affermi l'ammissibilità di principio e la teorica legittimita'.






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